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Pietro Antonio Colazzo era un intellettuale. 27 February 2010

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Ho letto tutti gli articoli che hanno scritto su Pietro Antonio Colazzo, mio compagno di studi , l’ultimo grande eroe italiano immolatosi per la pace, e  scomparso ieri nell’ attentato terroristico sferrato dai Talebani a Kabul. E’ difficile per i giornalisti, seppur con molto garbo e professionalità, delineare l’esatta grandezza di persone che non si conoscono, però  sono rimasta meravigliata dalle parole riportate dal Corriere della Sera che riferisce la descrizione di “Piero” del monsignore Giuseppe Moretti in cui dice “sembrava un intellettuale”. Sembrava un intellettuale perchè lo era veramente. Piero era un uomo unico. Egli possedeva una preparazione accademica di straorinario e raro livello, spaziava dalla cultura classica a quella mediorientale con una facilità sorprendente. I suoi innumerevoli libri erano zeppi di annotazioni di ogni genere e le sue tasche traboccavano di foglietti su cui appuntava ogni sorta di emozione che sollecitava la sua anima sensibile. Uomo di profondo fascino,  amava la musica, si dilettava cantando e suonava la chitarra con un trasporto come raramente ho visto fare. Umile, semplice, raffinato , riservato all’eccesso sorprendeva però gli amici con la sua ironia sottile, espressione di un’ intelligenza al di sopra del comune. Se a ciò aggiungiamo il modo in cui si è dedicato al servizio della nostra Patria emerge la figura di un Grande Spirito che piangeremo, ma sapremo sempre vicino a noi.

Pietro Antonio Colazzo è morto a Kabul. Memoria del divenire (2) 27 February 2010

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Pietro Antonio Colazzo al termine della seduta di laurea conseguita a Torino nel febbraio 1987

Ieri mattina la notizia della morte di Pietro Antonio Colazzo  mi è giunta come una saetta, netta, folgorante. Di lui i ricordi si accavallano e sento il bisogno di parlare per poter digerire una notizia tanto nefasta.

Dopo la laurea Piero si fermò a Roma, a termine del servizio militare, il lavoro scarseggiava e seppure le sue doti nella linguistica semitica fossero senza eguali, non c’era posto negli Atenei, che talento sprecato! Io lo incontravo quando lavorava alla Difesa perchè colà frequentavo  un corso di dottorato, ed ogni volta che ci vedevamo era un entusiasmarsi  ancora per semplici versi, per la semantica, la filologia, cumuli di libri di linguistica erano sparsi ovunque nel suo appartamento. Capii che lavoro aveva iniziato a svolgere e sebbene non parlasse, i suoi occhi verdi e profondi come il mare del Salento, che tanto adorava, comunicavano ogni sentimento ed emozione.

Mi chiamò l’ultima volta circa due anni fa dicendo che sarebbe partito per una missione delicata, che non ci saremmo sentiti per un po’…

Mi scrisse una breve poesia al tempo in cui eravamo in Egitto

“Ti attendo, come un autobus a Tahrir…in corsa”

La memoria del divenire. Pietro Antonio Colazzo ergo: Piero (1) 27 February 2010

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Collage di foto da Torino all'Egitto

Esistono momenti della nostra  povera esistenza umana che entrano per sempre nel nostro DNA , ci seguono accompagnandoci per tutta la vita, ci distinguono, e sono sempre vivi e vicini abbattendo confini spazio-temporali. Ed eccomi entrare alle nove del  mattino in un’aula dell’Università di Lettere di Torino- dipartimento di orientalistica- Lezione di arabo. I banchi sono disposti a ferro di cavallo, e una trentina di persone mal contate siede attenta copiando i segni svolazzanti tracciati alla lavagna con calma dal docente il Prof. Federico Peirone. Io sono in seconda fila e ciò che vedo è ormai familiare da qualche mese, è semplice, naturale. I mormorii al termine sono del tipo: non fa per noi. Seconda lezione, gli studenti si sono ridotti a circa dieci. Terza lezione siamo pochi: Gutermann, De Benedetti, Pappalardo, Dolatshai,Colazzo e Mazzanti. Avrei poi scoperto che i primi tre avevano già frequentato l’ anno precedente, una  iraniana proveniente da Roma, ma quelli effettivamente “nuovi” eravamo  solo Piero ed io. Scambio rituale di  indirizzi perchè scopriamo di possedere la stessa passione per lo studio, la stessa sensibilità, una dimestichezza  unica  nella comprensione, nella scrittura e nella pronuncia dell’arabo che tutti i corsisti, anche quelli quadriennali ci invidiano.

 Da quel momento saremo sempre insieme. Ho letto da qualche parte nelle news, che da ieri si rincorrono sul internet, che hai studiato all’Orientale di Napoli, ma non è vero, non sanno di te che hai calcato il suolo piemontese e ti sei formato con docenti  ( Fabrizio Pennacchietti, Federico Peirone, Ayyad al -Abbar) che sono stati per noi stimoli infiniti di conoscenza, che hanno saputo trasformare  in una ferma realtà i sogni. Ogni volta uscivamo sempre più tardi dall’Ateneo con i volti trasfigurati ed appagati per le conquiste raggiunte…

Caro Piero, ricordi la preparazione per gli esami, le discussioni filologiche con il Prof. Fabrizio Pennacchietti? Le nostre paure, le speranze dei nostri primi giorni d’ Università? Ingurgitavamo libri con la stessa facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua, ma quella fonte  non ci dissetava a sufficienza: allora ci tuffavamo sempre più incessantemente nella ricerca. Gli  anni univeristari  a Torino volarono in fretta. Tu avevi contaminato me con le tue follie filologiche, ed io te con le mie pazzie archeologiche. Che fare? Il tempo non si poteva fermare, ma noi avevamo pensato di ingannarlo brevemente. Partecipammo alla selezione per le borse di studio del Ministero per gli Affari Esteri: vincitori, destinazione Egitto. Avremmo studiato ancora un anno insieme sulle sponde del Nilo per preparare la Tesi e mai pensavamo di vivere avventure indicibili che forse varrà la pena di narrare perchè bisogna che si sappia come si formano i Grandi Spiriti.

Ricordo che tu partisti da Roma per il Cairo agli inizi di dicembre del 1985 ed io ti raggiunsi partendo da Milano circa quindici giorni dopo. Ricordo la prima bevanda sorseggiata all’Ibis Cafè dello storico Hotel Nile Hilton, che come te sta subendo una trasformazione (diventerà il Nile Carlton Ritz 7 *), era una Coca-Cola ed erano all’incirca le 3,30 del mattino. C’eravamo solo noi sprofondati nei divanetti di velluto amaranto attorniati da esotiche stilizzazioni lignee di fiori di loto. Ti rammentai le raccomandazioni di tuo padre e tu facesti lo stesso con quelle di mia madre. Una strana euforia ci impedì però di chiudere occhio per tutta la notte, come è capitato a me questa notte dopo la notizia appresa ieri mattina da un servizio di Studio Aperto: sei morto, solo che oggi non è gioia ciò che mi ha tenuto sveglia, ma un profondo dolore fisico. Amavi le poesie e Freddy, il nostro mitico  Prof. Federico Peirone, ci introdusse un autore che adoravi Khalil Gibran, sarebbe anche il tuo pensiero, erano le parole di commiato del Profeta…

…Addio, popolo d’Orfalese.
Questo giorno è finito.
Si chiude su di noi come il giglio acquatico sul suo domani.
Serberemo quello che qui ci è stato donato,
E se non sarà sufficiente,
ci ricongiungeremo per tendere ancora le mani verso colui che dà.
Tornerò a voi, non dimenticatemi.
Sarà tra breve,
e il mio anelito raccoglierà polvere e saliva per un altro corpo.
Sarà tra breve,
un attimo di calma nel vento e un’altra donna mi partorirà.

Addio a voi e alla giovinezza trascorsa con voi.
Appena ieri ci incontrammo.
Voi avete cantato per me nella mia solitudine
e io ho costruito una torre nel cielo con i vostri desideri.
Ma ora il nostro sogno è finito,
è volato via il sonno e non è più l’alba.
Il mattino volge al termine,
il nostro dormiveglia si è trasformato nella pienezza del giorno,
e dobbiamo separarci.
Se ancora una volta ci incontreremo nel crepuscolo della memoria,
parleremo nuovamente insieme,
e il canto che voi intonerete sarà allora più profondo.
E se le nostre mani si toccheranno in un altro sogno,
costruiremo un’altra torre nel cielo…

Ho ripensato alla frequentazione della scuola Madrasat el Orman, all’Università di Giza e Ayn Shams, ai compagni di ogni nazionalità, alle nostre spaghettate, al viaggio in treno fino ad Aswan. Cantavi  come un usignolo, declamavi e scrivevi poesie, adoravi i fiori e tutte le piccole cose, ma eri temerario . Ricordi?  Ricordi quando dopo tre giorni dal mio arrivo io insistetti per anadare a vedere le piramidi e tu mi rincorrevi per strada dicendo” Non siamo in grado di capire ciò che dicono, abbiamo studiato l’arabo classico e qui parlano il dialetto, non sappiamo dove andare!” .Io mi ostinai a voler raggiungere comunque a piedi, in una giornata uggiosa, Giza. Impiegammo 6 ore per arrivare al loro cospetto ed era già buio pesto, dopo un percorso travagliato sotto la pioggia,  tu fosti scaraventato in mezzo alla strada da una scossa elettrica causata da un palo della luce i cui fili erano scoperti,  fu sufficiente che tu ti avvicinasti  con gli indumenti umidi perchè una botta ti stendesse per terra. Che paura!  Il buio della notte fu rischiarato però dalle luci di un aereo che, volando a bassa quota, illuminò le nuvole cineree e come un fantasma comparve davanti a noi lo ieratico viso di Abu el Hol, il padre del terrore, la Sfinge. Dietro di lei lampeggiarono le sagome delle piramidi… un taxista ci urlò qualcosa di incomprensibile, dapprima scappammo, poi   accettammo il passaggio e scoprimmo che dialogare era difficile, ma non impossibile.  Ricordo come l’esperienza egiziana ci fece balzare dal mondo dei sogni alla realtà, scoprimmo che la cifra della borsa di studio non era sufficente a coprire tutte le spese di un costoso soggiorno in Egitto, ed allora: panico. Le nostre famiglie con grandi sacrifici ci supportarono, tuttavvia noi ci ingegnammo: tu a cantare all’Hotel Marriott di Zamalek, dove abbiamo abitato in Sharia Ismail Mohamad, ed io come consulente archeologica di tour operator, o come docente all’Istituto Italiano di Cultura. Con noi abitava Gabriella Campassi.Poi l’esperienza del coprifuoco,  una sorta di rivolta miltare si abbattè sull’Egitto nel febbrario 1986 , udivamo in lontananza  spari e bombardamenti, gli unici contatti erano con i nostri compagni di corso cecoslacchi Petr Zemanek e Zdenek Yezek che, dall’Ambasciata di Giza, ci tenevano informati su ciò che accadeva. Poi ricordo le prime ore di libertà, come folli sconsiderati ci eravamo incamminati verso Giza per vedere il disastro, un silenzio spettrale rotto dai cingoli dei tank, accanto a noi sfilavano  gli elmetti blu delle forze armate egiziane. Scattammo una marea di foto che fu impossibile avere perchè ingenuamente portammo il rullino a sviluppare, ovviamente ci fu riconsegnato tutto annerito…

Caro amico mio, compagno insostituibile così Gibran scrisse

  Allora Almitra parlò dicendo:
Ora vorremmo chiederti della Morte.

E lui disse:
Voi vorreste conoscere il segreto della morte.
Ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita?
Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce.
Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita.
Poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.

 Nella profondità dei vostri desideri e speranze, sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita;
E come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera.
Confidate nei sogni, poiché in essi si cela la porta dell’eternità.
La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore davanti al re che posa la mano su di lui in segno di onore.
In questo suo fremere, il pastore non è forse pieno di gioia poiché porterà l’impronta regale?
E tuttavia non è forse maggiormente assillato dal suo tremito?

 Che cos’è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole?
E che cos’è emettere l’estremo respiro se non liberarlo dal suo incessante fluire, così che possa risorgere e spaziare libero alla ricerca di Dio?
Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare.
E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire.
E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente.”

Gli antichi egizi avevano una singolare visione della morte: pensavano che l’essenza di noi mortali fosse divisa in tre elementi il Ka, il Ba e l’Akh. Il primo era una sorta di alter ego, la forza vitale dell’essere, colei che ha bisogno delle offerte funebri per vivere; il Ba era invece uno spirito che, in forma di uccello, poteva entrare ed uscire dalla Duat, l’Aldilà, tornando dai propri cari, presso la propria casa, ed infine  l’Akh  era lo spirito divino che è in ciascuno di noi e che con la morte si sarebbe ricongiunto alla splendida luce divina trasfigurandosi.

Questa notte sono stata attratta dal canto di un usignolo, erano le 3,50. Ciao Piero!

FLORA E FAUNA EGIZIE: CHE CONNUBIO! 14 June 2009

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userkafp7Il tempio funerario della piramide di Userkaf, V dinastia, a Saqqara, custodisce scene a bassorilievo di raffinata esecuzione che decoravano i vani della struttura funeraria. Il frammento parietale proposto rappresenta uno spaccato della vitalità della palude, in cui campeggia un gruppo di uccelli che affolla il papireto, il sapore dell’insieme è simile ad una tavola enciclopedica.47G36

In origine il reperto era policromo, infatti l’estremità in basso a destra conserva deboli tracce dell’originaria e brillante colorazione. Volatili di varie specie sono ritratti sostare sulla vegetazione, mentre altri volteggiano in aria, tra questi si scorge una farfalla.

La scena è impostata seguendo un preciso ordine geometrico verticale enfatizzato dall’allineamento degli steli dei papiri e sdrammatizzato dalle infiorescenze a ventaglio su cui sono accuratamente ritratti, un’upupa , un falco , un airone , un ibis , un martin pescatore  , gallinelle d’acqua   ed un tarabuso . La descrizione dei particolari delle singole specie rende il frammento simile ad una campionatura zoologica. La resa realistica della fauna è un buon complemento alla descrizione geometrica della flora, quasi un connubio tra il rigoroso linguaggio matematico e quello artistico.

La raffinata esecuzione, gioia di zoologi e botanici, intende rappresentare animali e piante come creature di Ra, il sole, il  cui culto  è  predominante nella V dinastia.  Poco lontano dalla sua piramide, a nord dell’attuale Abu Sir, il re Userkaf aveva infatti costruito il primo tempio solare conosciuto, delimitato con mura, ma ipetrale e al cui centro su un alto podio si ergeva un obelisco, immagine aniconica del dio.

Il tema di volatili e paludi, caro alla cultura egizia, trova massima espressione stilistica nelle decorazioni dei palazzi che sorgevano a Tell el-Amarna, capitale durante il regno di Amenofi IV. Qui le rappresentazioni non sono scolpite sulle pareti, ma campivano interi pavimenti. Il Museo Egizio del Cairo ne conserva superba testimonianza con un frammento che illustra un cespuglio di fiori di loto ed un altro di papiri, da dove alcune anatre spiccano il volo. Come nei rilievi dell’Antico Regno le scene non sono puramente illustrative, ma desiderano ricordare il creato che ogni giorno era vivificato dai raggi del sole, enfasi del culto amarniano di Aton.

 Lo sfondo delle pitture, neutro, può evocare sia il cielo sia l’acqua, ma forse intende esplicitare il concetto del nulla, il caos da cui ebbe inizio la creazione. La libertà di tratti, la scioltezza con cui il pennello campisce le linee essenziali dei soggetti, e l’armonia della composizione superano la mera volontà di descrizione che testimonia comunque la maestria tecnica acquisita dai pittori egizi, non più semplici artigiani, ma filosofi.

Il significato simbolico, di loto e papiro, visti come principio della vita, è attestato in Egitto, fin dalle Origini, nelle scene di caccia che decorano le pareti delle tombe, dove il defunto sperava in tal modo di esorcizzare le forze negative, tipiche del caos primevo, e per trasposizione trionfava sulla morte. Sul finire del Nuovo Regno, tali immagini simboliche si diffusero largamente provocando la rarefazione del loro significato rituale, e forse furono colte solo come una vivace descrizione del divenire nel suo aspetto materiale. © Copyright M.S.M.

Il dio Bes 13 June 2009

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P31111738eIl Libro dei Morti, cap. CXXXIII, riferisce “ Egli non ha detto cosa ha visto, né ha ripetuto ciò che ha udito nella dimora del dio dalla faccia misteriosa” e ancora nel cap. CLXI “Che nessun estraneo conosca ciò che è un mistero che il volgo deve ignorare. Non rivelarlo ad alcuno fuorché tuo padre, tuo figlio, a te stesso. E’ un vero mistero conosciuto da ogni uomo”.

Il termine mistero trova rispondenza etimologica nel verbo semitico satar, cioè nascondere, da cui deriva mustar “nascosto”. In senso iniziatico il termine è reso nella lingua egizia  con bes-sheta , dove si osserva il Petrocephalus bane , un pesce posto su un paio di gambe deambulanti  che  significa introdurre, portare a, iniziare qualcuno in qualcosa. Letteralmente bes-sheta equivale ad iniziazione segreta. Il pesce in molte civiltà rappresenta l’essere in grado di muoversi nella corrente astrale. Interessante è osservare che besw , con il determinativo di uomo che porta la mano alla bocca, esprime ciò che non deve essere detto, quindi stare zitto. Al concetto besw, interpretabile come iniziare qualcuno in qualche cosa, si associa il nome del dio Bes , la grottesca divinità che veglia sul sonno, e che per tale motivo fu usato quale elemento decorativo di letti e poggiatesta. Patrono dell’iniziazione è identificato con il guardiano della soglia della conoscenza.

Immagine 01Dal Medio Regno il materiale archeologico con l’iconografia di Bes diventa consistente. Il dio è rappresentato come un nano o pigmeo deforme, a gambe arcuate, in posizione stante, quasi aggressiva come se volesse ostacolare il cammino a qualcuno. La maschera grottesca che copre il viso, spesso a carattere leonino, è ornata da una larga barba, con la lingua che è volutamente esibita, sta a noi coglierne il significato. Il capo è ornato da foglie che, in epoca tarda, si confondono con delle piume. Il corpo è sovente coperto con una pelle di felino la cui coda, penzola tra le gambe e nel reperto si osservano le zampe su spalle e cosce. L’attitudine vigilante ed aggressiva è talvolta accentuata dalla spada con cui appare in statuette, amuleti o raffigurazioni del Libro dei Morti.

Bes è talora un musicante, suonatore di lira, di timpano o flauto con chiaro riferimento al ruolo che la musica svolgeva nel rituale iniziatico. A tal proposito Aristofane riferendosi al viaggio di Eracle agli inferi ebbe a dire “ tu vedrai serpenti e terribili bestie selvagge in gran numero… e poi verrà verso te un soffio di flauto…”

In quanto dio patrono del sonno, e nello stesso tempo iniziatore misterico, è palese il rapporto tra sonno e iniziazione. Plutarco afferma “non è senza un’ispirazione divina colui che ha detto che il sonno equivale ai piccoli misteri della morte, perché il sonno è realmente una prima iniziazione alla morte” e Plotino precisa “il vero risveglio consiste nello svegliarsi fuori dal corpo..”. Nella piramide di Pepi II a Saqqara, i Testi delle Piramidi svelano “Tu dormi e tu ti svegli, tu muori e tu vivi”. Riferito all’iniziazione il sonno non è quello fisiologico, ma si tratta invece di uno stato lucido, autocosciente.

Come guardiano, Bes trova riscontro in Dioniso, anch’esso iniziatore misterico, causa di liberazione, ma nello stesso tempo “guardiano della prigione” che Plotino identifica nel corpo.Bes fornì la propria immagine ad amuleti, diffusi soprattutto in epoca tarda e a strumenti magici quali i crotali eburnei ove figurano esseri del mondo soprasensibile.

Comunemente tali sembianze di Bes sono trascurate a favore esclusivo degli aspetti materiali della vita con cui si legava come la danza, la musica, il sonno, e la nascita in senso stretto, divenendo così protettore delle nascite, e dei bambini.   © Copyright M.S.Mazzanti

OBAMA E IL SEGNO HR 8 June 2009

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ZH_Obama2Come ogni illustre personaggio che si rispetti anche il Presidente americano Barak Obama è stato condotto alle piramidi con una guida d’eccezione il Prof. Zahi Hawass.

L’incontro è stato molto amichevole ed è durato oltre il previsto perchè Obama ha esplorato, e non era in programma, la camera funeraria della grande piramide.

Quindi il gruppo si è diretto a visitare le tombe di Qar e Idu, qui Obama osservando i geroglifici ha notato un segno assai curioso , il segno hr (her) la faccia, uno dei pochi geroglifici rappresentati di fronte, infatti da esso deriva anche la preposizione “davanti, sopra”.obama-barack-230-3 La forte somiglianza tra il geroglifico e il Presidente , infatti, è dovuta alle orecchie “a sventola” ed in questo caso ha dimostrato un buon livello di auto ironia!

Il fascino di Cleopatra 6 June 2009

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Alcune sequenze dello spettacolo realizzato per onorare il personaggio di Cleopatra alla fiera del Libro di Torino al Lingotto. Spettacolo che è stato onorato dalla presenza del Prof. Zahi Hawass.

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UN NUOVO FILM? 5 June 2009

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3512026911_84dbe80374Simpatico fotomontaggio che ritrae il nostro leggendario amico Zahi Hawass nei panni di Indiana Jones…

Molti egittologi si sarebbero adirati, ma lui ne sorride beato.

I sogni si avverano solo se si  crede in essi veramente.

Shadi Abdel Salam…la magia del sognatore 4 June 2009

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cu02Arduo è trasmettere al lettore la forza delle sensazioni suscitate dalle immagini, i colori, la sequenzialità, ed ancora più difficile discorrere di uomini geniali che poche persone hanno conosciuto. Mentre se parlassi di Tutankhamon evocherei ricordi scolastici o reportage, effettuati da questa o quella televisione, risulta assai complesso riferire di immagini passionali prodotte da un regista egiziano che l’occidente ha conosciuto, amato ed apprezzato solo in nicchie elitarie: Shadi Abdel Salam.

 Proprio a Shadi Abdel Salam la Bibliotheca Alexandrina dedica uno spazio espositivo permanente, dal titolo The world of Shadi Abdel Salam. I libri, gli arredi antichi e raffinati, i disegni, i costumi, le foto, con Roberto Rossellini nella sua stagione egiziana, o Elizabeth Taylor nella Cleopatra di Mankiewicz, testimoniano un mondo sontuoso e antico, un immaginario percorso da inesaurite ossessioni faraoniche e dominato dalla grandiosa eredità del passato, determinanti, al pari della tradizione islamica e della lingua araba, nella formazione della cultura e dell’identità egiziane moderne.

La sua personalità ebbe una notevole importanza nell’ambito cinematografico locale, e se inizialmente fu confinato a ruoli secondari,  la sua genialità e sensibilità creativa lo condussero a lavorare accanto ad illustri maestri di fama internazionale come Roberto Rossellini che lo lanciarono.

I suoi film rivelano l’orgogliosa dignità di appartenenza ad una civiltà antica e nobile come quella egizia, egli si sentiva infatti figlio del Nord e del Sud poiché la sua famiglia proveniva da Minya e da Alessandria. Il legame maggiore però era con Minya, luogo natale, di cui, sebbene non vivendoci più, ne  amava la parlata, le antiche tradizioni, i costumi, la forza morale della sua gente , nonché il colore, quello che illuminava i suoi occhi di artista. Si definiva a tal proposito figlio del Said, che rappresenta l’Egitto vero, l’Egitto dei faraoni.

Al-momiaa, considerato il miglior film del periodo nasseriano, fu ispirato a Shadi dalla spedizione archeologica di Maspero del 1881 a Deir el-Bahari, che portò alla scoperta della dimora delle mummie reali: anche allora importanti mercanti di antichità, quali Abd-er-Rassoul Ahmed, Sheik Abd-el-Gurna e Mustafa Aga Ayad, in accordo con i fellahyn, governavano i traffici delle antichità egizie e ne ostacolavano il recupero da parte delle autorità.

Quale uomo colto, ed attento protagonista della vita culturale egiziana, Shadi trovò ispirazione per il suo eclettico mercante Ayub, del film Al-momiaa,  da uno straordinario uomo e collezionista d’arte Maurice Nahman che possedette nel pieno centro del Cairo una leggendaria galleria con reperti assai importanti confluiti nei musei egizi di tutto il mondo. Il nome di Maurice Nahman affiora, suggestivo e imprevisto, nella trama fantastica di Shadi,  definito il faraone dei registi egiziani, ed offrendogli un modello più vicino e colto di mercante, rispetto a quelli ottocenteschi, di cui pur parlava Maspero nelle sue cronache archeologiche.  Maurice Nahman morì nel marzo 1948 e la sua galleria, passata agli eredi, fu poi requisita in età nasseriana, ma la sua fama di antiquario sopravvisse, e, venti anni più tardi, il grande scenografo e regista alessandrino, Shadi Abdel Salam si sarebbe ispirato, secondo alcuni, a lui per il personaggio di Ayub, il misterioso e ambiguo mercante del film Al-momiaa (The night of counting the years, 1969).

Meresamun, segreti di una sacerdotessa. 2 June 2009

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herlife1Il Museo dell’Istituto Orientale di Chicago, possiede sin dal 1920 la mummia e il cartonnage di Meresamun grazie a James Henry Breasted suo fondatore. La pubblicazione del reperto però risale solo al 1995 ed è stata oggetto di una mostra temporanea ancora in corso.

Mereamun visse all’epoca della XXII dinastia attorno all’800 a.C. e sul suo cartonnage si può leggere oltre al nome anche il titolo”Cantatrice del del tempio di Amun” il che dimostrerebbe l’importanza della musica nel culto degli antichi egizi.