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FLORA E FAUNA EGIZIE: CHE CONNUBIO! 14 June 2009

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userkafp7Il tempio funerario della piramide di Userkaf, V dinastia, a Saqqara, custodisce scene a bassorilievo di raffinata esecuzione che decoravano i vani della struttura funeraria. Il frammento parietale proposto rappresenta uno spaccato della vitalità della palude, in cui campeggia un gruppo di uccelli che affolla il papireto, il sapore dell’insieme è simile ad una tavola enciclopedica.47G36

In origine il reperto era policromo, infatti l’estremità in basso a destra conserva deboli tracce dell’originaria e brillante colorazione. Volatili di varie specie sono ritratti sostare sulla vegetazione, mentre altri volteggiano in aria, tra questi si scorge una farfalla.

La scena è impostata seguendo un preciso ordine geometrico verticale enfatizzato dall’allineamento degli steli dei papiri e sdrammatizzato dalle infiorescenze a ventaglio su cui sono accuratamente ritratti, un’upupa , un falco , un airone , un ibis , un martin pescatore  , gallinelle d’acqua   ed un tarabuso . La descrizione dei particolari delle singole specie rende il frammento simile ad una campionatura zoologica. La resa realistica della fauna è un buon complemento alla descrizione geometrica della flora, quasi un connubio tra il rigoroso linguaggio matematico e quello artistico.

La raffinata esecuzione, gioia di zoologi e botanici, intende rappresentare animali e piante come creature di Ra, il sole, il  cui culto  è  predominante nella V dinastia.  Poco lontano dalla sua piramide, a nord dell’attuale Abu Sir, il re Userkaf aveva infatti costruito il primo tempio solare conosciuto, delimitato con mura, ma ipetrale e al cui centro su un alto podio si ergeva un obelisco, immagine aniconica del dio.

Il tema di volatili e paludi, caro alla cultura egizia, trova massima espressione stilistica nelle decorazioni dei palazzi che sorgevano a Tell el-Amarna, capitale durante il regno di Amenofi IV. Qui le rappresentazioni non sono scolpite sulle pareti, ma campivano interi pavimenti. Il Museo Egizio del Cairo ne conserva superba testimonianza con un frammento che illustra un cespuglio di fiori di loto ed un altro di papiri, da dove alcune anatre spiccano il volo. Come nei rilievi dell’Antico Regno le scene non sono puramente illustrative, ma desiderano ricordare il creato che ogni giorno era vivificato dai raggi del sole, enfasi del culto amarniano di Aton.

 Lo sfondo delle pitture, neutro, può evocare sia il cielo sia l’acqua, ma forse intende esplicitare il concetto del nulla, il caos da cui ebbe inizio la creazione. La libertà di tratti, la scioltezza con cui il pennello campisce le linee essenziali dei soggetti, e l’armonia della composizione superano la mera volontà di descrizione che testimonia comunque la maestria tecnica acquisita dai pittori egizi, non più semplici artigiani, ma filosofi.

Il significato simbolico, di loto e papiro, visti come principio della vita, è attestato in Egitto, fin dalle Origini, nelle scene di caccia che decorano le pareti delle tombe, dove il defunto sperava in tal modo di esorcizzare le forze negative, tipiche del caos primevo, e per trasposizione trionfava sulla morte. Sul finire del Nuovo Regno, tali immagini simboliche si diffusero largamente provocando la rarefazione del loro significato rituale, e forse furono colte solo come una vivace descrizione del divenire nel suo aspetto materiale. © Copyright M.S.M.

Il dio Bes 13 June 2009

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P31111738eIl Libro dei Morti, cap. CXXXIII, riferisce “ Egli non ha detto cosa ha visto, né ha ripetuto ciò che ha udito nella dimora del dio dalla faccia misteriosa” e ancora nel cap. CLXI “Che nessun estraneo conosca ciò che è un mistero che il volgo deve ignorare. Non rivelarlo ad alcuno fuorché tuo padre, tuo figlio, a te stesso. E’ un vero mistero conosciuto da ogni uomo”.

Il termine mistero trova rispondenza etimologica nel verbo semitico satar, cioè nascondere, da cui deriva mustar “nascosto”. In senso iniziatico il termine è reso nella lingua egizia  con bes-sheta , dove si osserva il Petrocephalus bane , un pesce posto su un paio di gambe deambulanti  che  significa introdurre, portare a, iniziare qualcuno in qualcosa. Letteralmente bes-sheta equivale ad iniziazione segreta. Il pesce in molte civiltà rappresenta l’essere in grado di muoversi nella corrente astrale. Interessante è osservare che besw , con il determinativo di uomo che porta la mano alla bocca, esprime ciò che non deve essere detto, quindi stare zitto. Al concetto besw, interpretabile come iniziare qualcuno in qualche cosa, si associa il nome del dio Bes , la grottesca divinità che veglia sul sonno, e che per tale motivo fu usato quale elemento decorativo di letti e poggiatesta. Patrono dell’iniziazione è identificato con il guardiano della soglia della conoscenza.

Immagine 01Dal Medio Regno il materiale archeologico con l’iconografia di Bes diventa consistente. Il dio è rappresentato come un nano o pigmeo deforme, a gambe arcuate, in posizione stante, quasi aggressiva come se volesse ostacolare il cammino a qualcuno. La maschera grottesca che copre il viso, spesso a carattere leonino, è ornata da una larga barba, con la lingua che è volutamente esibita, sta a noi coglierne il significato. Il capo è ornato da foglie che, in epoca tarda, si confondono con delle piume. Il corpo è sovente coperto con una pelle di felino la cui coda, penzola tra le gambe e nel reperto si osservano le zampe su spalle e cosce. L’attitudine vigilante ed aggressiva è talvolta accentuata dalla spada con cui appare in statuette, amuleti o raffigurazioni del Libro dei Morti.

Bes è talora un musicante, suonatore di lira, di timpano o flauto con chiaro riferimento al ruolo che la musica svolgeva nel rituale iniziatico. A tal proposito Aristofane riferendosi al viaggio di Eracle agli inferi ebbe a dire “ tu vedrai serpenti e terribili bestie selvagge in gran numero… e poi verrà verso te un soffio di flauto…”

In quanto dio patrono del sonno, e nello stesso tempo iniziatore misterico, è palese il rapporto tra sonno e iniziazione. Plutarco afferma “non è senza un’ispirazione divina colui che ha detto che il sonno equivale ai piccoli misteri della morte, perché il sonno è realmente una prima iniziazione alla morte” e Plotino precisa “il vero risveglio consiste nello svegliarsi fuori dal corpo..”. Nella piramide di Pepi II a Saqqara, i Testi delle Piramidi svelano “Tu dormi e tu ti svegli, tu muori e tu vivi”. Riferito all’iniziazione il sonno non è quello fisiologico, ma si tratta invece di uno stato lucido, autocosciente.

Come guardiano, Bes trova riscontro in Dioniso, anch’esso iniziatore misterico, causa di liberazione, ma nello stesso tempo “guardiano della prigione” che Plotino identifica nel corpo.Bes fornì la propria immagine ad amuleti, diffusi soprattutto in epoca tarda e a strumenti magici quali i crotali eburnei ove figurano esseri del mondo soprasensibile.

Comunemente tali sembianze di Bes sono trascurate a favore esclusivo degli aspetti materiali della vita con cui si legava come la danza, la musica, il sonno, e la nascita in senso stretto, divenendo così protettore delle nascite, e dei bambini.   © Copyright M.S.Mazzanti

LE PIRAMIDI (5) di Maria Stella Mazzanti 4 May 2009

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image10Le formule  dei testi delle piramidi assicurano al re che “Tu non andrai lontano morto: tu andrai lontano vivo”, “vai e segui il tuo sole.. e sii di fianco al dio, lascia la tua casa al figlio da te generato” e terminano: “tu non perirai, tu non avrai fine: la tua identità rimarrà tra la gente anche se tu vai ad esistere tra gli dei”.

005jpg1Come il sole abbandonava il grembo di Nut e la Duat, lo spirito rivitalizzato del re lasciava la camera funeraria verso l’anticamera che nel modo di pensare egizio corrispondeva all’Akhet, confine tra la Duat e il cielo diurno in termini pratici, l’Akhet spiegava come mai la luce del sole al mattino compare prima che sorga all’orizzonte. Il nome Akhet significa “luogo del venire ad esistere” e si riferisce al processo attraverso il quale il ba -sia del sole che del deceduto acquisisce una forma”efficace” di nuova vita, come un akh: i Testi delle Piramidi dicono che il sole, e il re morto, “sorgeranno dall’Akhet ,dal luogo i cui i due erano divenuti akh”.

Dall’epoca di Shepseskaf in avanti l’aldilà era visto come un ciclo giornaliero di rinascita spirituale. Nell’Antico Regno le informazioni sul modo in cui i sudditi del re immaginavano la loro vita dell’Aldilà scarseggiano, ma non c’è ragione di credere che vi sia stata differenza.

© Copyright M.S.M.

LE PIRAMIDI (4) di Maria Stella Mazzanti 3 May 2009

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 07_sphinx_frontLa planimetria tipica delle piramidi tarde dell’Antico Regno consiste di tre elementi principali: 1) un’anticamera, sotto il vertice della piramide, connessa con l’esterno per mezzo di un corridoio che si apriva sulla faccia nord; 2) una camera funeraria ad occidente dell’anticamera; 3) un sarcofago all’estremo occidente della camera sepolcrale. Alcuni dei tratti descritti furono introdotti nella IV dinastia – come il sarcofago in pietra nella piramide di Khufu, l’anticamera sotto il vertice della piramide di Micerino – ma il tracciato canonico di tutti e tre gli elementi non comparve che alla fine della IV dinastia, nella tomba reale costruita per il re Shepseskaf, successore di Micerino. In realtà il sepolcro è una mastaba piuttosto che una piramide, e ciò suggerisce una rottura con le tradizioni funerarie reali che avevano caratterizzato le sepolture dall’epoca del re Djoser, 150 anni prima. La tomba di Shepseskaf fu volutamente progettata così per rispecchiare le mastabe dei primi re egizi ad Abydos, importante centro di culto di Osiride, dio dell’Aldilà, nell’Alto Egitto. Osiride rappresentava la forza di una nuova vita, che generava il misterioso processo di nascita, da entità apparentemente in letargo come ad esempio dai semi piantati nel terreno. Il dio era anche fondamentale per la comprensione del ciclo solare giornaliero. Ogni notte il sole sembrava sprofondare sotto il terreno e morire, ma il mattino ritornava ancora nel mondo, per vivere ancora una volta durante il giorno. Gli egizi credevano che durante la notte, il sole morto ricevesse il potere di una nuova energia in base ad una doppia interpretazione: il sole ritornava nel grembo di Nut, la dea del cielo, durante la notte e rinasceva tra le sue cosce all’alba, oppure il sole entrava nel mondo sotterraneo, conosciuto come Duat, dove si identificava con la mummia di Osiride, disteso nelle profondità della Duat, e riceveva da tale unione la capacità, ancora una volta, del ritorno alla vita. Ogni notte, quando il sole entrava nel corpo di Nut e nella Duat, lo spirito del re sarebbe tornato indietro all’interno della sua tomba. Il sarcofago in pietra all’estremo occidente della camera sepolcrale, che costituiva un parallelo del grembo di Nut, conteneva al suo interno la mummia del re diventata sia feto sia alter ego di Osiride disteso nella Duat. I Testi delle Piramidi si riferiscono alla camera sepolcrale come Duat, e le formule ivi scolpite menzionano il re non soltanto con il nome proprio, ma anche con l’appellativo di Osiride. Così, come il sole era unito ad Osiris nella Duat, lo spirito del re era considerato inscindibile dalla mummia all’interno della Duat simboleggiata dalla camera sepolcrale, ed esattamente come il sole, riceveva attraverso tale identificazione la capacità di una nuova rinascita.(continua…) © Copyright M.S.M.

LE PIRAMIDI (3) di Maria Stella Mazzanti 2 May 2009

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Trascendendo dalla connessione che le piramidi avevano con la forza di una nuova vita, non si sa molto circa il loro reale ruolo che rivestivano nella vita del re nell’aldilà.

Le imponenti piramidi della III e IV dinastia mostrano cambiamenti successivi e innovazioni nell’architettura e nei progetti, ciò suggerisce un’evoluzione nella speculazione inerente le loro funzioni.

Nella IV dinastia, comunque il tracciato delle camere nelle piramidi fu canonizzato e la nuova sistemazione rispecchiò indubbiamente la visione dell’aldilà che caratterizzò il pensiero egizio da allora in poi. (continua…)

© Copyright M.S.M.

LE PIRAMIDI (2) di Maria Stella Mazzanti 30 April 2009

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01_khafre_northLe prime sepolture egizie erano solitamente sormontate da una struttura rettangolare di mattoni crudi conosciuta come “mastaba”, al cui interno talvolta sono stati rinvenuti tumuli di terra in corrispondenza della camera funeraria. La prima tomba a piramide risalente alla III dinastia del re Djoser, a Saqqara, era inizialmente una mastaba, convertita in piramide a sei gradoni per avervi costruito sopra cinque successive mastabe.La forma risultante era una variante della collinetta primordiale, immaginata come una serie di scalini piuttosto che una collina con dolci pendii: caratteristica riscontrabile all’interno delle più antiche mastabe a Saqqara. Le piramidi classiche che comparvero, per la prima volta, nella IV dinastia, derivarono dal prototipo menzionato perfezionato attraverso il riempimento dei gradoni e con superfici esterne piatte e polite, e anche se su scala monumentale rappresentavano il più comune bnbn. Alcune nuove tombe di ufficiali recentemente scoperte dello stesso periodo, a sud delle tre grandi piramidi di Giza, erano sormontate da collinette coniche, che indubbiamente servivano allo stesso scopo delle piramidi reali e rappresentavano già un’altra realizzazione architettonica del tumulo primordiale. (continua…) © Copyright M.S.M.

LE PIRAMIDI (1) di Maria Stella Mazzanti 29 April 2009

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Le piramidi dell’Antico Egitto erano espressioni concrete di specifiche credenze, circa la vita in questo e nel mondo a venire,determinate in parte dalla vita agreste lungo il bacino fluviale nilotico, come la ciclica esperienza della piena annuale .

Uno dei primi racconti egizi sulla Creazione definisce, l’originario aspetto del mondo esistente, come un tumulo di fango emerso dalle acque dell’Oceano Primordiale e la prima forma di vita come un loto che cresceva sulla sua sommità. Per gli egizi il loto rappresenta il dio Nefertum, “perfetto e completo”, che era venerato come messaggero del sole perché sorto dai  suoi petali per donare la vita al mondo appena creato. Il fango, inoltre, fu identificato in un dio chiamato Tatjenen, “la terra emergente”. La collina di terra o sabbia, all’interno dei primi templi, divenne una piccola piramide monolitica chiamata “ben ben”, nome che deriva dalla radice bn: “spingere in alto” o “spingere in avanti”. Il bnbn era un’immagine concreta del primo nucleo di terra emerso dalle acque diventando simbolo non solo del tumulo primordiale, ma anche del sole, che sorgeva da esso. La parola egizia, per indicare il sorgere del sole, è wbn derivato da bnbn, l’aggiunta del prefisso w indica funzione causativa.Il bnbn era molto più che un’immagine, esso incorporava la forza vitale che rendeva possibile la nuova vita in letargo.(Continua prossimamente .Diritti riservati © Copyright M.S.M. Maria Stella Mazzanti nel 2007)

VIRTUAL TOUR IN EGYPT: ABU SIMBEL (3) 16 April 2009

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42retro-copertinaIl tempio di Nefertari raffigura egregiamente il gusto femminile, la sua bellezza, la sua famosa dolcezza, tutto ciò è artisticamente espresso dalla maestria degli antichi artisti egiziani che qui operarono.

Nel piccolo tempio è più volte menzionata Hathor, Signora di Ebshek, che affianca Nefertari in diverse scene, come se le fosse stato dedicato il tempio. La regione di Ebshek, situata a sud di Abu Simbel, prima del confine  sudanese,  lontano dal Nilo in regione desertica era caratterizzata da un fitta vegetazione, una piccola oasi dove l’acqua sgorgava miracolosamente  per volere divino e per tale motivo vi fu adorata la dea Hathor

Una delle più sofisticate ed emblematiche  scene d’arte ramesside è visibile nel tempio di Nefertari, si tratta dell’incoronazione della regina che avviene sotto la protezione delle dee Iside ed Hathor.

Lo scrittore Rex Keating ha cosi’ descritto questa scena nel suo libro “Nubia al tempo dell’alba”: “Questi dipinti nonostante il loro equilibrio e isolamento sono estremamente affascinanti. Si vede Nefertari fra due dee mentre riceve protezione dalla dea Hathor, fuori dal canneto dove il bambino Horus era nascosto, ciò avvenne in quanto aiutata dalla dea Iside e dal dio Osiride”.

Il vestibolo è decorato con  scene rituali riguardanti la regina; ai lati si aprono due piccole celle prive di decorazioni. Al centro della parete di fronte si apre la cella principale :il  Sancta Sanctorum, un piccolo vano,  che sulla parete di destra  consente di scorgere il sovrano intento a bruciare incenso e far libagioni alla coppia divinizzata, Ramesse Usermaatra e Nefertari. Sul muro occidentale, ossia la parete di fondo, invece è raffigurata tra due pilastri hathorici la dea Hathor con corpo bovino che protegge il sovrano raffigurato stante sotto  la testa della dea. 

La sensazione di profondo amore coniugale trasuda dall’opera, che pare trascendere il piano materiale dell’esistenza, trasmutando la consorte in dea, ed annullando in lei l’elemento umano, quasi per sublimare l’atto d’amore che avvolge  il faraone in ogni circostanza della vita.

Come tutti i capolavori quest’opera sembra  essere incompiuta, perché si intuisce che mancano i vani dedicati  all’immagazzinamento e ai servizi dei preti del tempio, cioè le sacrestie. Infatti il muro sud del pronao ha alcuni parti che abbozzano  a delle porte, ma nulla più. L’incompiuto consente così di spaziare con al fantasia ed accresce indubbiamente  il fascino arcano di questo incomparabile sito.

VIRTUAL TOUR IN EGYPT: ABU SIMBEL (2) 15 April 2009

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4_abusimbelfacciatadeltempiomaggiorediramesseiiRamesse II ha costruito questo tempio per adorare il dio sole Ra-Harakhte, Ra all’orizzonte , e per essere a sua volta adorato in qualità di Dio.

Per ciò ha voluto che l’asse centrale dell’edificio fosse posizionata per essere illuminata dai raggi del sole all’alba in maniera tale che  potessero colorare di rosa i mirabili rilievi della facciata a partire dalla fila di cinocefali, sulla cornice alta del tempio, rappresentati con le mani levate in atto di preghiera e adorazione, accompagnati dal cinguettio degli uccelli che, salutando il giorno, cantano la vittoria della vita e del movimento sulla morte e sul silenzio.

In seguito i raggi solari, scendendo, animano le colossali statue profondendosi essi luce, linfa, vita, come per dare loro piena forza e fermezza.

Infine, il sole penetra all’interno della grande sala ipostila e non appena vi giunge avvolge i pilastri osiriani abbracciandoli con la sua luce.

Questo tempio unico nel suo genere, è stato progettato in modo che i raggi del sole siano in grado di penetrare al suo interno per una profondità di 60 metri raggiungendo il Sancta Santorum, il sacrario, solo due giorni all’anno, il 22 ottobre e il 22 febbraio, in tale momento tre delle quattro statue scolpite: Ra-Harakhte di Heliopolis, Amon di Tebe e  Ramesse II, si accendono come per magia.

La quarta statua invece che rappresenta Ptah, dio di Menfi assimilato a Sokaris, protettore dell’Aldilà, non viene lambita dalla luce perché doveva rimanere nell’oscurità  in eterno riflettendo quella che  è  la  condizione dell’aldilà sotterraneo.

Il fenomeno delle statue illuminate dura solo 20 minuti e migliaia di visitatori da tutto il mondo giungono dinanzi al monumento per vedere la statua di Ramesse II arrossata dal sole all’alba.

E’ importante capire che l’avvenimento non ha alcuna relazione con la supposta festa per la nascita o con il memoriale dell’incoronazione di Ramesse II, come a volte viene sostenuto, ma è un eccezionale fenomeno astronomico che conferma il legame fra questo tempio e il Sole, e sottolinea che l’edificio  era dedicato al dio Ra-Harakhte.

La parte più suggestiva del monumento è sicuramente il pilone d’accesso, ovvero la sua scenografica facciata: uno straordinario successo degli ingegneri dell’antico Egitto, in cui coordinazione creativa e armonia artistica hanno originato un’opera  in simbiosi con l’ambiente circostante.

Alla base del tempio, antistante l’ingresso, fu ricavata una sorta di lunga terrazza raggiungibile per mezzo di una lieve rampa delimitata da due stele. Quella a Sud, rinvenuta frammentaria, ha messo in luce, dopo il restauro, una scena che illustra Ramesse II in atto di bruciare incenso agli dei Amon-Ra, Ptah insieme ad una figura femminile di non facile identificazione, la rappresentazione è seguita da 16 linee di testo geroglifico. La stele a Nord mostra invece Ramesse II mentre offre un mazzo di  fiori a Amon, Ra-Harakhti e Thot.

La terrazza è delimitata da un’ideale balaustra formata dall’alternarsi di statue minori rappresentanti dei falchi, simboli del dio sole, ed immagini  stanti del re sottoforma del dio Osiride. Anche queste sculture, come l’intero complesso, sono eseguite  utilizzando l’arenaria che, grazie alle sue intrinseche qualità consente di  disegnare agevolmente i tratti del volto del sovrano con estrema precisione, ma contemporaneamente non intacca la loro ieraticità. Le idee espresse plasticamente paiono essere avvalorate dai titoli presenti sui due colossi a Nord: “Regnante del Sole” e “Governatore della Terra”.

Le colossali sculture, effigianti Ramesse II, sono da mettere probabilmente in relazione a speciali riti religiosi, che potrebbero essere stati praticati dal re a Abu Simbel e in altri luoghi simili, la loro altezza e’ di circa 20 metri e rappresentano il re assiso con i simboli della regalità come  la barba sacra e la doppia corona, pa-sekhemti.

Le stupefacenti statue, che caratterizzano l’accesso al tempio, illustrano il re assiso sul trono e mostrano, accanto alle gambe del faraone, i membri della famiglia reale, si osserva così sua madre, la regina Tuya; sua moglie, la sposa reale Nefertari; i figli, Amon-Harkhopeshef e Ramessu; le figlie Nebet-Tawi,  Bent- Anat e  la principessa Merit-Amon.

Osservando  il volto delle sculture  si nota  che Ramesse volge lo sguardo verso il Nilo, ad est, laddove giornalmente compariva Ra.

Nell’angolo sud-est del pilone del tempio, direttamente incise nella roccia ci sono tre stele, una di esse commemora il matrimonio di Ramesse II con una principessa ittita, figlia di Khattushili III, avvenuto tredici anni dopo la pace stipulata con gli Ittiti a seguito  della battaglia di Qadesh con lo scopo diplomatico di rafforzare il legame  fra due delle più grandi civiltà dell’antico Oriente. La stele effigia Ramesse II, assiso fra Amon-Ra e Ptah-Tatanen mentre riceve la principessa ittita, conosciuta con il nome egizio di Maat-Hor-Neferu-Ra, rappresentata quando giunge alla corte del faraone con suo padre, il  grande Re Ittita. La stele termina con un raffigurazioni  in cui  Ramesse II celebra molteplici dei.

Sempre nella sezione orientale del pilone è possibile osservare Ramesse II che prega Amon-Ra e Ptah, oppure si inginocchia di fronte alla dea Wert-Hekau, Ra-Harakhti  e Thot.

Un’importante struttura a nord è invece un tempietto solare in cui le statue di quattro cinocefali sorreggevano un piccolo naos contenente uno scarabeo e un babbuino, rispettivamente divinità solare e lunare. La struttura si completava con due obelischi, invero, oggi tali reperti, non più visibili in loco, sono custoditi all’interno del Museo del Cairo.

Al tempio si accede percorrendo la lieve rampa assiale che conduce alla terrazza, al cui centro si apre l’ingresso sormontato da una nicchia contenente l’immagine di Ra-Harakhte, a corpo umano e testa di falco. Il dio impugna lo scettro user ed ha dinanzi  ai piedi la dea Maat. L’insieme esprime crittograficamente il nome del sovrano, User-Maat-Ra e sottintende che il luogo non è stato edificato per stupire i nubiani, ma per annunciare  loro che lui, Ramesse II, era il Dio a cui il tempio era dedicato. abusimbel_03

Il portale d’accesso è coronato lateralmente dalle quattro colossali e maestose statue del re, il cui seggio reca le immagini del dio Hapi, il dio del Nilo, dio munifico, creatore e datore di vita, intento a  legare attorno al segno geroglifico che indica unità, il fiore di loto e il papiro, simboli rispettivamente del sud e del nord e conosciuto con il nome di sema-tawy. Il trono consente anche di osservare la rappresentazione di nove archi, iconografia che esprime i tradizionali nemici dell’Egitto debellati dal grande re e quindi raffigurati  inginocchiati con sembianze negroidi, libiche ed asiatiche.

Varcato l’imponente accesso un breve corridoio, i cui muri sono decorati con scene  dove Ramesse II espleta offerte sacrificali al dio Ra-Harakhti e alla dea Wert-Hekau, conduce al pronao, la grande sala caratterizzata da otto pilastri quadrati decorati con colossi rappresentanti il dio Osiride, dio dell’Aldilà, resuscitato dopo la morte, nei quali si può osservare la decisa identificazione del re con la divinità.

I pilastri, definiti così osiriani e alti 9 metri, mostrano l’immagine del Dio mummiforme rivolta a delimitare il passaggio che dalla sala, in traiettoria assiale, adduce al vestibolo; mentre gli altri tre lati sono definiti con scene di offerta del sovrano rivolte a varie divinità come Ra-Harakhti e Wert-Hekau, Amon-Ra e Mut

L’aspetto più interessante  del vasto ambiente, lungo 20 metri e largo 18 metri, è però costituito dalle decorazioni parietali di carattere militare che celebrano le imprese del sovrano.

Partendo dal muro orientale del pronao, dov’è ubicato l’ingresso, è visibile a destra  Ramesse II, e il suo Ka, che immola un gruppo di prigionieri  al dio Ra-Harakhti. La scena è delimitata in basso da una lunga teoria che illustra otto  figlie di  Ramesse II, tra cui le principesse Bent-Anat, Nebet-Tawi, Nefertary, Merit-Amon, Henut-Tawy (Akhet-Amon,Uset-Nefert, Uren-Ra e Nigm Mut’) che incedono serrando in una mano il sistro mentre l’altra ha il palmo levato, gesto di adorazione. La parete termina con un graffito contenente il nome dell’artista esecutore: lo scultore del re, Meri-Amon-Bia, figlio di Kha-Nefer, Responsabile delle offerte del re.

Sulla medesima parete, ma a destra dell’ingresso, Ramesse II, protetto dalla dea Nekhbet, è ritratto nell’atto simbolico di massacrare i nemici hittiti di fronte ad Amon-Ra che gli concede la spada sacra, simbolo del regno egiziano. La parte inferiore è marcata della rappresentazione che illustra  otto dei suoi figli mentre sfilano reggendo il flabello e levando una mano, specularmene e nella medesima posizione delle principesse.

La parete sud del pronao contiene due registri di scene, quello superiore descrive le  offerte del re alla presenza di varie divinità, il registro inferiore  invece è consacrato a rappresentazioni di guerra che enfatizzano il potere e il coraggio del re. Chiunque osservando tali immagini si rende conto fino a che punto gli antichi egizi avessero fede assoluta nella sacralità della regalità tanto da considerare il re Dio in terra.

La prima scena mostra il faraone Ramesse II sul suo carro da guerra mentre attacca la fortezza di Dapur, a nord di Damasco, nell’impresa il sovrano è accompagnato  da alcuni dei suoi figli. L’insieme desidera sottolineare le proporzioni della distruzione indicando i nemici che precipitano dalle mura della fortezza, mentre altri  guerrieri implorano il sovrano chiedendo pietà. Di forte impatto emotivo è inoltre un pastore con il suo gregge, effigiato con le braccia alzate supplicando clemenza al sovrano affinché possa risparmiargli la vita.

Un’altra scena mostra Ramesse II che combatte irruento contro due nemici, probabilmente libici, di cui uno cade privo di vita riverso ai suoi piedi, mentre l’altro, prima di essere finito dal re, implora la salvezza.

Infine nell’ultima rappresentazione il faraone si erge maestoso sul suo carro da guerra in atto di lanciare frecce contro i nemici. Qui è singolare notare un errore d’esecuzione degli artisti nel disegnare la mano del sovrano tanto che  fu necessario modificare  la rappresentazione. In tal modo si possono osservare due mani, a causa della caduta dello stucco usato per correggere lo sbaglio, ma per molto tempo l’insolito insieme fu interpretato come se gli egizi avessero voluto materializzare la mano del dio Amon mentre aiutava  il re a sconfiggere i nemici.

La scena di maggior enfasi è sulla parete nord del pronao, si tratta della mitica battaglia di Qadesh, che vide fronteggiarsi il grande Ramesse II e Kattushili III, re degli hittiti provenienti dall’Asia Minore, il quale cercò di porre fine all’influenza egizia  in Siria e nel Libano.

L’avvenimento è stato eternato da un poema  eroico riportato su papiro e conosciuto come Pentaur, dal nome del suo scriba. Il testo inizia narrando il colloquio spirituale di Ramesse II con suo padre Amon, che  ascoltandolo giunse a  lui con la promessa di aiutarlo poiché, a causa del tradimento, i nemici stavano per sconfiggerlo. La carica emotiva di questo passo è densa e sottolinea la figura di Ramesse facendolo apparire come un eroe epico, cosicché il coraggio del sovrano unitamente all’assistenza di Amon operarono il miracolo: il disastro divenne una gloriosa vittoria  che spianò la via per la stesura del trattato di pace con gli Hittiti. L’episodio, che esaltava le gesta eroiche di un solo uomo contro un intero esercito, conobbe infinite varianti nel corso del lungo regno ramesside.

Ad Abu Simbel le scene riguardanti Qadesh cominciano con la descrizione dell’armata egiziana composta dalle truppe di fanteria, il reggimento di Ptah, con il re, quindi i carri da guerra. Il racconto iconografico prosegue illustrando il campo dell’armata egiziana impiantato per consentire ai soldati un periodo di pausa e rilassamento ed effettivamente sono intenti a compiere mansioni piuttosto legate alla vita quotidiana che a quella  militare. La tranquillità che traspare dalla scena sembra essere stata eternata come preludio per stimolare un forte sentimento d’angoscia allorquando si narra la cattura di due spie hittite .

L’ombra del tradimento si concretizzerà poi con un’imboscata sebbene Ramesse II, assiso su un lussuoso trono, protetto dalle sue guardie, tra cui si distinguono gli Shardana, convoca il consiglio di guerra durante il quale ascolta vari resoconti e in quell’occasione tenta di far parlare i due prigionieri per obbligarli a rivelare la reale posizione dell’armata hittita.

Il vasto panorama descritto si sposta così sul fiume Oronte, in Siria, dove sorgeva la citta’ fortificata di Qadesh, situata fra il corso principale del fiume e una delle sue ramificazioni  che a seguito dello scontro tra i due eserciti si riempie dei cadaveri dei soldati hittiti  gettati  colà dall’esercito ramesside.

Gli scontri, variamente illustrati e carichi di phatos, si smorzano quando si osserva la  scena che mostra Ramesse II con i suoi ufficiali mentre accatastano pile di mani dei nemici morti per stimare le vittime.

Il muro occidentale, ossia la parete di fronte all’ingresso, assialmente divisa dalla porta che conduce al vestibolo, ritrae da un lato il re mentre ritorna vittorioso a cavallo  da  una battaglia contro i nubiani. Quindi la narrazione continua  sul muro accanto dove si osservano due file di  prigionieri di guerra presentati alla triade divina composta da Amon -Ra, la dea Mut e lo stesso Ramesse II divinizzato.

Inoltre, nella parte centrale del soffitto del pronao, decorazioni rappresentati avvoltoi con le ali spiegate, ossia la dea Nekhbet, si alternano ai cartigli reali, mentre lateralmente  sono visibili delle meravigliose costellazioni .

Il pronao comunica con il vestibolo, caratterizzato da quattro pilastri, tramite tre entrate, una assiale privilegiata e le altre due laterali e secondarie, anche qui le pareti sono coperte con scene liturgiche e di offerta.

In antico fiancheggiavano l’accesso principale due sfingi in pietra silicica ora conservate al British Museum, ma che originariamente facevano parte della collezione privata del console inglese Salt.

Qui vi era inoltre un gruppo statuario  dedicato da Paser, viceré  di Kush, al dio Amon e alla dea Mut, anch’esso al British Museum.

Nuovamente tre porte conducono ad un altro vestibolo, più raccolto rispetto al precedente, in cui si reiterano le medesime rappresentazioni liturgiche e funge da preambolo al Sancta Santorum al cui centro spiccano quattro statue intagliate nella roccia: Harmakis, Ramesse, Amon-Ra e Ptah interpreti assolute del miracolo dei raggi mattutini di Ra al solstizio d’autunno e all’equinozio di primavera. Questo sacro raduno aveva lo scopo di garantire un equilibrio politico e religioso

Infine appendici del pronao sono otto sale in parte decorate, ma non ultimate, che erano probabilmente  adibite a magazzini o sacrestie e custodivano gli arredi sacri del tempio e le offerte.

Uscendo all’aperto, dopo aver carpito i segreti del grande tempio, la luce abbagliante del sole rinnova il miracolo della scoperta, poco a nord, nella collina accanto sorge il tempio che Ramesse II fece edificare per Nefertari, moglie prediletta ed assimilata ad Hathor.

Il tempio di Nefertari è considerato un esempio di  delicata compostezza artistica: la facciata si genera grazie ad una serie di contrafforti che originano sei nicchie realizzate per potere contenere altrettante statue alte circa 11 metri, la bellezza di queste ultime è accresciuta dall’estrema tenerezza sprigionante dalle iscrizioni scolpite accanto ad esse.

 L’edificio misura approssimativamente 30 metri in larghezza e 13 in altezza e si struttura raggruppando le statue a tre a tre fiancheggiando la porta d’accesso.

Ogni sezione comprende al centro un colosso della regina Nefertari  affiancato da due statue di Ramesse II. La consorte reale, assimilata ad Hathor, indossa un ricco copricapo  composto dal disco solare racchiuso tra le corna bovine e nella mano sinistra, appoggiata al petto, stringe il sistro, strumento sacro alla dea.

Magiche risultano essere le statue di Nefertari  che utilizzano le sembianze e la fama della dea dell’amore, ma a ciò uniscono la leggendaria bellezza e l’umana dolcezza di una donna la cui fama ha oltrepassato i secoli.

Le statue di Ramesse II stanti recano i cartigli del re sulle spalle accompagnati da alcuni epiteti, ad esempio sulle due statue a nord è esplicitato: “Figlio di Ra” e “Amato da Aton”, mentre su una delle due statue a sud si legge “Sovrano delle due terre” e “ Dio Amon in terra”.

Infine la gamba di ogni statua e’ circondata da piccole immagini dei figli e delle figlie della coppia reale.

Chi giunge al cospetto del tempio ha l’impressione che queste gigantesche statue siano stranamente vive ed incedano verso il Nilo con lo sguardo fisso a scrutare in modo  malinconico l’ infinito orizzonte ad est, come inattesa di qualcosa, forse il sorgere di colui che dona la vita: Ra.

L’entrata, al centro della facciata, conduce direttamente ad un vano interno, il pronao, suddiviso da due file di tre pilastri  in tre navate. I pilastri quadrati  alti quasi 4 metri, sul lato rivolto verso il centro recano in rilievo  il volto della dea Hathor  e pertanto sono chiamati pilastri hathorici.

Il pronao, sebbene più modesto rispetto al grande tempio, ha le pareti decorate  con scene rituali: a sinistra e a destra dell’ingresso Ramesse II abbatte dei capi nemici al cospetto di Amon-Ra, Horo e della regina Nefertari, inoltre si osservano le offerte che la coppia reale tributa ad alcuni dei come Satis, Anukis, Isis e Mut.

Sebbene Ramesse II sia stato rappresentato in  svariate scene sia all’interno  che all’esterno, dove campeggiano addirittura quattro colossi rispetto ai due di Nefertari, egli non immortala qui la sua forza guerriera, visibile una tantum nel piccolo tempio, bensì è incoronato dagli dei Hours e Seth. Dunque pare che il sovrano sia tutelato e protetto, come in uno scrigno, dagli dei e dalla sua consorte.

Il tempio di Nefertari raffigura egregiamente il gusto femminile, la sua bellezza, la sua famosa dolcezza, tutto ciò è artisticamente espresso dalla maestria degli antichi artisti egiziani che qui operarono.

Nel piccolo tempio è più volte menzionata Hathor, Signora di Ebshek, che affianca Nefertary in diverse scene, come se le fosse stato dedicato il tempio. La regione di Ebshek, situata a sud di Abu Simbel, prima del confine  sudanese , lontano dal Nilo in regione desertica era caratterizzata da un fitta vegetazione, una piccola oasi dove l’acqua sgorgava miracolosamente  per volere divino e per tale motivo vi fu adorata la dea Hathor

Una delle più sofisticate ed emblematiche  scene d’arte ramesside è visibile nel tempio di Nefertari, si tratta dell’incoronazione della regina che avviene sotto la protezione delle dee Iside ed Hathor.

Lo scrittore Rex Keating ha cosi’ descritto questa scena nel suo libro “Nubia al tempo dell’alba”: “Questi dipinti nonostante il loro equilibrio e isolamento sono estremamente affascinanti. Si vede Nefertari fra due dee mentre riceve protezione dalla dea Hathor, fuori dal canneto dove il bambino Horus era nascosto, ciò avvenne in quanto aiutata dalla dea Iside e dal dio Osiride”.

Il vestibolo è decorato con  scene rituali riguardanti la regina; ai lati si aprono due piccole celle prive di decorazioni. Al centro della parete di fronte si apre la cella principale :il  Sancta Sanctorum, un piccolo vano,  che sulla parete di destra  consente di scorgere il sovrano intento a bruciare incenso e far libagioni alla coppia divinizzata, Ramesse Usermaatra e Nefertari. Sul muro occidentale, ossia la parete di fondo, invece è raffigurata tra due pilastri hathorici la dea Hathor con corpo bovino che protegge il sovrano raffigurato stante sotto  la testa della dea. 

La sensazione di profondo amore coniugale trasuda dall’opera, che pare trascendere il piano materiale dell’esistenza, trasmutando la consorte in dea, ed annullando in lei l’elemento umano, quasi per sublimare l’atto d’amore che avvolge  il faraone in ogni circostanza della vita.

Come tutti i capolavori quest’opera sembra  essere incompiuta, perché si intuisce che mancano i vani dedicati  all’immagazzinamento e ai servizi dei preti del tempio, cioè le sacrestie. Infatti il muro sud del pronao ha alcuni parti che abbozzano  a delle porte, ma nulla più. L’incompiuto consente così di spaziare con al fantasia ed accresce indubbiamente  il fascino arcano di questo incomparabile sito.

 

L’AMORE PER LA CONOSCENZA: LA BIBLIOTECA ALEXANDRINA 13 April 2009

Posted by seshatblog in Comunicazioni, Personale, Presentazione, Ricerche e Studi.
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alex52000 anni fa, la Bibliotheca Alexandrina fu punto d’incontro per i più grandi pensatori e studiosi di tutti i tempi, che giungevano in questo paradiso intellettuale per insegnare, imparare, creare. Altri furono così grandi progettisti la cui impronta sopravvive ancora. Qualunque fu la ragione della sua scomparsa, resta il fatto che il Governo egiziano, l’UNESCO, l’UNDP hanno desiderato ricostruire la Biblioteca di Alessandria, che c’illumina come un faro sul sentiero della conoscenza. Così dal 1986 sono state posizionate molte pietre miliari. Sgorgando dalla profondità dell’Africa il languido flusso del Nilo ha attraversato territori deserti per provvedere all’acqua della vita, garantendo la stabilità dei cicli ricorrenti e la silenziosa eredità dei milioni di anni. Il nobile Nilo ha offerto il suo dono alla civilizzazione dell’Egitto per amore della vita, della bellezza e conoscenza.

Egitto! Egitto il grande  e baldanzoso, una meta per l’amore della vita, della bellezza, della ricerca della conoscenza.

Esiste forse qualcuno che non ha sentito parlare della grandezza e potenza di Ramesse ad Abu Simbel? Per soddisfare il desiderio del Governo Egiziano e come dono al mondo è rinata la Bibliotheca Alexandrina. La comunità internazionale ha offerto il suo supporto tecnico e finanziario per far rivivere questo simbolo di luce universale e luogo d’incontro privilegiato a favore dell’umanità alla ricerca di conoscenza e verità.

Esiste forse qualcuno che non ha sentito parlare della grandezza e potenza di Ramesse ad Abu Simbel? Per soddisfare il desiderio del Governo Egiziano e come dono al mondo è rinata la Bibliotheca Alexandrina. La comunità internazionale ha offerto il suo supporto tecnico e finanziario per far rivivere questo simbolo di luce universale e luogo d’incontro privilegiato a favore dell’umanità alla ricerca di conoscenza e verità