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Colazzo, servitore dello Stato, a Lui onore e memoria! 28 February 2010

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Pietro Antonio  Colazzo (Piero) all’AISE  (Agenzia italiana sicurezza esterna) svolgeva un lavoro assai delicato e importante. Ci sono cose che si sanno, ma non si possono dire. In questa riflessione c’è un pò di “egizianità” : il segreto deve essere celato, e a tal proposito rimando al post sul dio Bes,  pertanto tale affermazione pone  il mio caro amico Piero e chi scrive in una dimensione di imprecisata nebulosità. Un fatto rimane che trent’anni di affetto ed amicizia non possono essere cancellati. Il giorno dell’attentato a Kabul tutti i TG e le principali testate giornalistiche parlavano dell’evento con grande apprensione, soprattutto prima che si conoscesse l’identità della vittima italiana. Quando gli stessi afghani hanno dichiarato che si trattava di un agente dei servizi segreti si è avvertito un certo imbarazzo, si precisava che era un diplomatico e poi nulla più. Se fosse stato invece un soldato, o realmente un medico, si sarebbero creati servizi d’informazione  per delineare questa o quella dote. Invece nulla: tutto è piombato nel più sconcertante silenzio, un silenzio imbarazzante. Solo il TG1 diurno il TG2 serale hanno informato telegraficamente che la salma di Colazzo rientrerà lunedì mattina. Credo che quando si lavori per la pace universale non faccia differenza se si tratti di un militare o un civile, soprattutto quando la lealtà e la fedeltà  per il servizio e l’amor di  Patria sacrificano la propria vita personale, con  una dedizione assoluta e genuina. Continueremo a parlare di Piero per rendere onore alla Sua memoria e ringraziarLo.

Pietro Antonio Colazzo era un intellettuale. 27 February 2010

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Ho letto tutti gli articoli che hanno scritto su Pietro Antonio Colazzo, mio compagno di studi , l’ultimo grande eroe italiano immolatosi per la pace, e  scomparso ieri nell’ attentato terroristico sferrato dai Talebani a Kabul. E’ difficile per i giornalisti, seppur con molto garbo e professionalità, delineare l’esatta grandezza di persone che non si conoscono, però  sono rimasta meravigliata dalle parole riportate dal Corriere della Sera che riferisce la descrizione di “Piero” del monsignore Giuseppe Moretti in cui dice “sembrava un intellettuale”. Sembrava un intellettuale perchè lo era veramente. Piero era un uomo unico. Egli possedeva una preparazione accademica di straorinario e raro livello, spaziava dalla cultura classica a quella mediorientale con una facilità sorprendente. I suoi innumerevoli libri erano zeppi di annotazioni di ogni genere e le sue tasche traboccavano di foglietti su cui appuntava ogni sorta di emozione che sollecitava la sua anima sensibile. Uomo di profondo fascino,  amava la musica, si dilettava cantando e suonava la chitarra con un trasporto come raramente ho visto fare. Umile, semplice, raffinato , riservato all’eccesso sorprendeva però gli amici con la sua ironia sottile, espressione di un’ intelligenza al di sopra del comune. Se a ciò aggiungiamo il modo in cui si è dedicato al servizio della nostra Patria emerge la figura di un Grande Spirito che piangeremo, ma sapremo sempre vicino a noi.

Pietro Antonio Colazzo è morto a Kabul. Memoria del divenire (2) 27 February 2010

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Pietro Antonio Colazzo al termine della seduta di laurea conseguita a Torino nel febbraio 1987

Ieri mattina la notizia della morte di Pietro Antonio Colazzo  mi è giunta come una saetta, netta, folgorante. Di lui i ricordi si accavallano e sento il bisogno di parlare per poter digerire una notizia tanto nefasta.

Dopo la laurea Piero si fermò a Roma, a termine del servizio militare, il lavoro scarseggiava e seppure le sue doti nella linguistica semitica fossero senza eguali, non c’era posto negli Atenei, che talento sprecato! Io lo incontravo quando lavorava alla Difesa perchè colà frequentavo  un corso di dottorato, ed ogni volta che ci vedevamo era un entusiasmarsi  ancora per semplici versi, per la semantica, la filologia, cumuli di libri di linguistica erano sparsi ovunque nel suo appartamento. Capii che lavoro aveva iniziato a svolgere e sebbene non parlasse, i suoi occhi verdi e profondi come il mare del Salento, che tanto adorava, comunicavano ogni sentimento ed emozione.

Mi chiamò l’ultima volta circa due anni fa dicendo che sarebbe partito per una missione delicata, che non ci saremmo sentiti per un po’…

Mi scrisse una breve poesia al tempo in cui eravamo in Egitto

“Ti attendo, come un autobus a Tahrir…in corsa”

La memoria del divenire. Pietro Antonio Colazzo ergo: Piero (1) 27 February 2010

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Collage di foto da Torino all'Egitto

Esistono momenti della nostra  povera esistenza umana che entrano per sempre nel nostro DNA , ci seguono accompagnandoci per tutta la vita, ci distinguono, e sono sempre vivi e vicini abbattendo confini spazio-temporali. Ed eccomi entrare alle nove del  mattino in un’aula dell’Università di Lettere di Torino- dipartimento di orientalistica- Lezione di arabo. I banchi sono disposti a ferro di cavallo, e una trentina di persone mal contate siede attenta copiando i segni svolazzanti tracciati alla lavagna con calma dal docente il Prof. Federico Peirone. Io sono in seconda fila e ciò che vedo è ormai familiare da qualche mese, è semplice, naturale. I mormorii al termine sono del tipo: non fa per noi. Seconda lezione, gli studenti si sono ridotti a circa dieci. Terza lezione siamo pochi: Gutermann, De Benedetti, Pappalardo, Dolatshai,Colazzo e Mazzanti. Avrei poi scoperto che i primi tre avevano già frequentato l’ anno precedente, una  iraniana proveniente da Roma, ma quelli effettivamente “nuovi” eravamo  solo Piero ed io. Scambio rituale di  indirizzi perchè scopriamo di possedere la stessa passione per lo studio, la stessa sensibilità, una dimestichezza  unica  nella comprensione, nella scrittura e nella pronuncia dell’arabo che tutti i corsisti, anche quelli quadriennali ci invidiano.

 Da quel momento saremo sempre insieme. Ho letto da qualche parte nelle news, che da ieri si rincorrono sul internet, che hai studiato all’Orientale di Napoli, ma non è vero, non sanno di te che hai calcato il suolo piemontese e ti sei formato con docenti  ( Fabrizio Pennacchietti, Federico Peirone, Ayyad al -Abbar) che sono stati per noi stimoli infiniti di conoscenza, che hanno saputo trasformare  in una ferma realtà i sogni. Ogni volta uscivamo sempre più tardi dall’Ateneo con i volti trasfigurati ed appagati per le conquiste raggiunte…

Caro Piero, ricordi la preparazione per gli esami, le discussioni filologiche con il Prof. Fabrizio Pennacchietti? Le nostre paure, le speranze dei nostri primi giorni d’ Università? Ingurgitavamo libri con la stessa facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua, ma quella fonte  non ci dissetava a sufficienza: allora ci tuffavamo sempre più incessantemente nella ricerca. Gli  anni univeristari  a Torino volarono in fretta. Tu avevi contaminato me con le tue follie filologiche, ed io te con le mie pazzie archeologiche. Che fare? Il tempo non si poteva fermare, ma noi avevamo pensato di ingannarlo brevemente. Partecipammo alla selezione per le borse di studio del Ministero per gli Affari Esteri: vincitori, destinazione Egitto. Avremmo studiato ancora un anno insieme sulle sponde del Nilo per preparare la Tesi e mai pensavamo di vivere avventure indicibili che forse varrà la pena di narrare perchè bisogna che si sappia come si formano i Grandi Spiriti.

Ricordo che tu partisti da Roma per il Cairo agli inizi di dicembre del 1985 ed io ti raggiunsi partendo da Milano circa quindici giorni dopo. Ricordo la prima bevanda sorseggiata all’Ibis Cafè dello storico Hotel Nile Hilton, che come te sta subendo una trasformazione (diventerà il Nile Carlton Ritz 7 *), era una Coca-Cola ed erano all’incirca le 3,30 del mattino. C’eravamo solo noi sprofondati nei divanetti di velluto amaranto attorniati da esotiche stilizzazioni lignee di fiori di loto. Ti rammentai le raccomandazioni di tuo padre e tu facesti lo stesso con quelle di mia madre. Una strana euforia ci impedì però di chiudere occhio per tutta la notte, come è capitato a me questa notte dopo la notizia appresa ieri mattina da un servizio di Studio Aperto: sei morto, solo che oggi non è gioia ciò che mi ha tenuto sveglia, ma un profondo dolore fisico. Amavi le poesie e Freddy, il nostro mitico  Prof. Federico Peirone, ci introdusse un autore che adoravi Khalil Gibran, sarebbe anche il tuo pensiero, erano le parole di commiato del Profeta…

…Addio, popolo d’Orfalese.
Questo giorno è finito.
Si chiude su di noi come il giglio acquatico sul suo domani.
Serberemo quello che qui ci è stato donato,
E se non sarà sufficiente,
ci ricongiungeremo per tendere ancora le mani verso colui che dà.
Tornerò a voi, non dimenticatemi.
Sarà tra breve,
e il mio anelito raccoglierà polvere e saliva per un altro corpo.
Sarà tra breve,
un attimo di calma nel vento e un’altra donna mi partorirà.

Addio a voi e alla giovinezza trascorsa con voi.
Appena ieri ci incontrammo.
Voi avete cantato per me nella mia solitudine
e io ho costruito una torre nel cielo con i vostri desideri.
Ma ora il nostro sogno è finito,
è volato via il sonno e non è più l’alba.
Il mattino volge al termine,
il nostro dormiveglia si è trasformato nella pienezza del giorno,
e dobbiamo separarci.
Se ancora una volta ci incontreremo nel crepuscolo della memoria,
parleremo nuovamente insieme,
e il canto che voi intonerete sarà allora più profondo.
E se le nostre mani si toccheranno in un altro sogno,
costruiremo un’altra torre nel cielo…

Ho ripensato alla frequentazione della scuola Madrasat el Orman, all’Università di Giza e Ayn Shams, ai compagni di ogni nazionalità, alle nostre spaghettate, al viaggio in treno fino ad Aswan. Cantavi  come un usignolo, declamavi e scrivevi poesie, adoravi i fiori e tutte le piccole cose, ma eri temerario . Ricordi?  Ricordi quando dopo tre giorni dal mio arrivo io insistetti per anadare a vedere le piramidi e tu mi rincorrevi per strada dicendo” Non siamo in grado di capire ciò che dicono, abbiamo studiato l’arabo classico e qui parlano il dialetto, non sappiamo dove andare!” .Io mi ostinai a voler raggiungere comunque a piedi, in una giornata uggiosa, Giza. Impiegammo 6 ore per arrivare al loro cospetto ed era già buio pesto, dopo un percorso travagliato sotto la pioggia,  tu fosti scaraventato in mezzo alla strada da una scossa elettrica causata da un palo della luce i cui fili erano scoperti,  fu sufficiente che tu ti avvicinasti  con gli indumenti umidi perchè una botta ti stendesse per terra. Che paura!  Il buio della notte fu rischiarato però dalle luci di un aereo che, volando a bassa quota, illuminò le nuvole cineree e come un fantasma comparve davanti a noi lo ieratico viso di Abu el Hol, il padre del terrore, la Sfinge. Dietro di lei lampeggiarono le sagome delle piramidi… un taxista ci urlò qualcosa di incomprensibile, dapprima scappammo, poi   accettammo il passaggio e scoprimmo che dialogare era difficile, ma non impossibile.  Ricordo come l’esperienza egiziana ci fece balzare dal mondo dei sogni alla realtà, scoprimmo che la cifra della borsa di studio non era sufficente a coprire tutte le spese di un costoso soggiorno in Egitto, ed allora: panico. Le nostre famiglie con grandi sacrifici ci supportarono, tuttavvia noi ci ingegnammo: tu a cantare all’Hotel Marriott di Zamalek, dove abbiamo abitato in Sharia Ismail Mohamad, ed io come consulente archeologica di tour operator, o come docente all’Istituto Italiano di Cultura. Con noi abitava Gabriella Campassi.Poi l’esperienza del coprifuoco,  una sorta di rivolta miltare si abbattè sull’Egitto nel febbrario 1986 , udivamo in lontananza  spari e bombardamenti, gli unici contatti erano con i nostri compagni di corso cecoslacchi Petr Zemanek e Zdenek Yezek che, dall’Ambasciata di Giza, ci tenevano informati su ciò che accadeva. Poi ricordo le prime ore di libertà, come folli sconsiderati ci eravamo incamminati verso Giza per vedere il disastro, un silenzio spettrale rotto dai cingoli dei tank, accanto a noi sfilavano  gli elmetti blu delle forze armate egiziane. Scattammo una marea di foto che fu impossibile avere perchè ingenuamente portammo il rullino a sviluppare, ovviamente ci fu riconsegnato tutto annerito…

Caro amico mio, compagno insostituibile così Gibran scrisse

  Allora Almitra parlò dicendo:
Ora vorremmo chiederti della Morte.

E lui disse:
Voi vorreste conoscere il segreto della morte.
Ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita?
Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce.
Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita.
Poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.

 Nella profondità dei vostri desideri e speranze, sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita;
E come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera.
Confidate nei sogni, poiché in essi si cela la porta dell’eternità.
La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore davanti al re che posa la mano su di lui in segno di onore.
In questo suo fremere, il pastore non è forse pieno di gioia poiché porterà l’impronta regale?
E tuttavia non è forse maggiormente assillato dal suo tremito?

 Che cos’è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole?
E che cos’è emettere l’estremo respiro se non liberarlo dal suo incessante fluire, così che possa risorgere e spaziare libero alla ricerca di Dio?
Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare.
E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire.
E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente.”

Gli antichi egizi avevano una singolare visione della morte: pensavano che l’essenza di noi mortali fosse divisa in tre elementi il Ka, il Ba e l’Akh. Il primo era una sorta di alter ego, la forza vitale dell’essere, colei che ha bisogno delle offerte funebri per vivere; il Ba era invece uno spirito che, in forma di uccello, poteva entrare ed uscire dalla Duat, l’Aldilà, tornando dai propri cari, presso la propria casa, ed infine  l’Akh  era lo spirito divino che è in ciascuno di noi e che con la morte si sarebbe ricongiunto alla splendida luce divina trasfigurandosi.

Questa notte sono stata attratta dal canto di un usignolo, erano le 3,50. Ciao Piero!