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La memoria del divenire: il mio amico Francis Amin (2) 31 March 2009

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Narravo di Francis come di un’amico speciale , per dirla alla Cicerone anche se non c’è  è sempre presente,  è stato capace di spalancare finestre su impensabili universi di conoscenza, e mi ha fatto scoprire la vitalità dello spirito dell’Antico Egitto nelle espressioni colloquiali egizie e nelle tradizioni locali. Mentre mi narrava di storie misteriose e avventurose di Luxor mi chiese di porgergli una tazza e mi disse  ”eddini”, ovvero dammi e mi fece notare come derivasse dall’egizio di. n.i, cioè dai a me , era incredibile ma aveva perfettamente ragione. Il discorso si infittì e, tra una tazza di te ed un’altra, fioccarono tutte le similitudini possibili nella sua frenetica ricerca così appresi che per dire scomparso o finito si usa sakhmat  ( dal nome della sanguinaria dea Sekhmet che in qualità di verbo significa uccidere, oppure rovinar). L’onomastica moderna inoltre offre altri spunti e si scopre che il nome Mina (Menes) è il più diffuso tra i copti, ma anche Wannas (Unas) e Wanis, Wanisa, Noha da Nehet sicomoro… Incredibile, ma vero. conferenza-cairoLe analogie si infittiscono quando ci si riferisce la morte, ai funerali. La visita della necropoli, si definisce talaa, la salita, esattamente come gli egizi usavano l’espressione krrt. Il lutto, lo strapparsi le vesti, il mettersi fango in testa, il lavare il defunto, l’avvolgerlo in un lenzuolo, porre i vestiti nella cassa, e una monetina in bocca per il meaddi, cioè il traghettatore,sono uguali a quelle di Iside e Nefti.. Il porre frutta e pane sulla tomba, per inciso, un tipo di pane schiama bettau, cioe pa taw. I funerali sono sempre preceduti, come le feste, da giovani che aprono la strada, come Upwawt. Il figlio primogenito è il responsabile di tutto, è il famoso Hor Kamutef, Nedjitef.Ogni anno in alcuni villaggi, sulla tomba si mettono fiori, cipolle, pane, come se fossero offerte.Il culto del Nilo esiste ancora lo chiamiamo l’angelo Nilo, Malak el Bahr, e nei  villaggi del sud si mettono nelle case ancora offerte di riso e latte, con candele. Maria Stella Mazzanti (copyright 2007)

Questo/a opera è pubblicata sotto Licenza Creative Commons.
 
 

 

La memoria del divenire:il mio amico Francis Amin 30 March 2009

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egypt_0659_1024x1536Chi penserebbe che qualcuno, sebbene specialista della materia, sappia leggere sui muri dei templi le antiche iscrizioni geroglifiche come se avesse tra le mani un qualsiasi quotidiano moderno?! Dico ciò perchè chi ha affrontato lo studio accademico dell’egiziano antico avrà sbuffato, almeno un paio di volte, quando prima di tradurre un testo si era obbligati  a trascrivere i geroglifici commutandoli in caratteri occidentali (!) Eppure, molti anni or sono, in una landa sperduta di Luxor, ho incontrato un timido, giovane archeologo egiziano che mi aveva incantato per la dimestichezza che aveva nel leggere questo o quello, dalle straordinarie capacità metacognitive, un uomo colto, ricco di spirito e di passioni, una persona fuori del comune…infatti ,Francis Amin Mohareb, pareva all’epoca, nella sua giovinezza, la personificazione di alcuni rilievi egizi, quasi un afrit direbbero gli arabi. big52Conobbi Francis quando, ancora studentessa di egittologia, mi trovavo in Egitto con una borsa di studio del MAE (Ministero degli Affari Esteri), lui stava lavorando con gli archeologi  francesi nel tempio di Karnak. Ciò che non ho detto di Francis è che, oltre a leggere l’egizio antico come pochi sanno fare (credeteci!!!),  parla correttamente italiano, francese, inglese, tedesco, arabo (ovviamente)…e si potrebbe continuare all’infinito. Per ragranellare qualche soldo andava di sera nella bottega di un suo zio, nel mercato di Luxor,  a vendere oggetti molto particolari, vecchi bicchieri, tazze, ciondoli, specchi,vaghi di collana ed ogni altra stranezza esotica, foto, certamente non le classiche chincaglierie per turisti, oggetti che potremmo definire in modo più proprio d’antiquariato. Discorrendo sulla filologia egizia riflettemo come l’antica lingua permane in parte nell’egiziano colloquiale  basti pensare al termine sit, donna, che è rimasto tale e quale, oppure al modo di annuire che è ayyuwa, nulla a che vedere con il cattedratico naam arabo, fino a interi ritornelli di alcuni canti tipici del Ramadan che ascoltai dalla finestra della sua casa nel centro di Luxor, attorniata da una gran quantità di libri. La filastrocca era all’incirca questa: ” Wahawy yawahawy iiha” che in egizio antico sarebbe wahwy wahwy iah. felice felice è la luna… continua (copyright 2007).

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“STELLE D’ORIENTE” UNA MAGICA SEDUZIONE A TORINO 29 March 2009

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Grandiosa serata al Teatro Colosseo di  Torino organizzata da Aziza, la più famosa ballerina di danza del ventre italiana e maestra d’eccezione. Con la sua passione per l’Oriente da anni ha contagiato il pubblico piemontese che ad ogni apparizione è in delirio. 1_aziza_370Lei  ha fondato il Centro Studi Aziza www.centroaziza.com, la prima associazione del genere nata in Italia per promuovere la cultura della danza e della musica orientale ed ha ideato il festival Stelle d’Oriente che ormai da otto anni allieta la primavera torinese. Aziza ha danzato divinamente ed in modo travolgente accompagnata da un ritmo di percussioni di alto livello condotto dal maestro Tarek Awad Alla , inoltre la serata ha avuto come ospiti artisti di livello internazionale che hanno progressivamente scaldato il pubblico in un tripudio di luci e suoni, regalando briciole di sole in una piovosa serata di primvera.

 

Per conoscere meglio i suoi ospiti si possono cliccare i seguenti  link:   

Ansuya http://www.youtube.com/watch?v=aOFxmY36CtY&feature=related

Amir Thaleb http://www.youtube.com/watch?v=Rjc-l1pxhM0

Randa Kamel http://www.youtube.com/watch?v=oFsMeuN6OjA&feature=related

 Auguriamo alla carissima  Aziza grande successo per la sua prossima tourneè  e per il festival del Cairo!

ISIDE… E’ RISORTA! 28 March 2009

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 Dea Iside (?) – BAAM.842

Basalto; Provenienza: Abukir

altezza152,5 m.- larghezza 0,48 m.-profondità 0,34 m.

Archeology Museum- Biblitheca Alexandrina
Esposizione temporanea Venaria Reale -Torino

 Notevole esemplare di statua muliebre stante, forse la dea Iside, ritratta nell’atto d’incedere con la gamba sinistra in avanti. La statua, frammentaria, manca della testa, dei piedi, dell’avambraccio sinistro e della mano destra. Malgrado ciò la bellezza dell’opera non è sminuita, infatti, l’attenzione che di solito è catalizzata dall’espressione del volto o dalla postura delle mani, qui si sposta sui particolari dell’anatomia e dell’abito che ne risultano enfatizzati. Il basalto pare plasmato, e non scolpito, a causa della fluidità con cui si descrivono le pieghe dell’imation annodato sul petto poco sotto la spalla destra. L’indumento, leggero, lascia trasparire le sinuose e discrete rotondità del corpo che, grazie alla politura, riflettono la luce inondando il reperto di un lieve palpito, quasi vitale, una vibrazione che rimbalza su ogni più piccolo particolare anatomico. Le pieghe dell’imation s’irradiano con delicate linee semicircolari a rilievo, dal petto fino alle caviglie, contribuendo a slanciare la delicata figura.

La statua pare un felice connubio di molteplici esperienze artistiche che ruotano sul perno portante della tradizione più squisitamente egizia. L’opera, sublime sia per esecuzione tecnica sia per scelta della pietra si differenzia in modo deciso dalla produzione tolemaica che pare, se non per rare eccezioni come la Cleopatra VII dell’Ermitage a San Pietroburgo, offuscare l’asciutta anatomia della statuaria egizia spesso occultata da abiti che giocano un ruolo preponderante. In altre parole era venuto meno il principio egizio della “riduzione”, vale a dire la scelta di immortalare solo l’essenziale degli indumenti, gioielli ed eventuali altri attributi. Tale criterio fu invece il principio ispiratore dei capolavori dell’arte egizia, che limitando all’essenziale gli elementi da determinare, acquistavano un alto valore simbolico, gli straordinari artigiani potevano esercitare così la loro maestria nella resa plastica delle figure.Un esempio tra infinite opere, degne di nota, sono le famose triadi di Micerino che paiono emergere dal vuoto, testimoniando una vitale presenza giocata sulla rifrangenza della luce sulla superficie tesa dei corpi.Il reperto recupera il peculiare principio egizio della “riduzione” che mette in risalto, nella sua essenzialità, il particolare dell’imation annodato. Il nodo, definito “isiaco”, ricalca grossolanamente l’aspetto dell’amuleto “tet” che nel cap. CLI del Libro dei Morti è associato al sangue della dea Iside affermando che il proprietario avrebbe acquisito la virtù della dea, le sue parole e i detti magici. La forma dell’amuleto raffigurerebbe una parte del corpo di Iside, verosimilmente l’organo genitale.

La considerazione potrebbe bastare da sola ad identificare nella figura la dea Iside, ma a ciò si somma l’osservazione del bacino che non è caratterizzato, come nelle statue tolemaiche, da un addome lievemente prominente e circolare che evidenzia un ombelico infossato, qui i fianchi accolgono un ventre teso dalla forma quasi eterea, come se marcasse la soprannaturalità del soggetto. Il pube merita un’attenzione particolare in quanto è indicato da una lieve linea orizzontale, originando così un triangolo, con la stessa tecnica nota sin dall’Epoca delle Origini in statue egizie predinastiche. Tali figure erano verosimilmente legate alla fertilità, una di queste è visibile al Museo Egizio di Torino ed è ubicata nell’ellisse dedicata alla sepoltura predinastica nella prima sala del pianterreno. Entrambi gli elementi, nodo e pube, si sovrappongono utilizzando la simbologia collegata alla fecondità.Dea per eccellenza, legata a siffatti aspetti, è indubbiamente Iside che è connessa al mito più noto della religione egizia: il mistero della morte e rinascita di Osiride. Iside, trovati i frammenti delle membra del consorte, li ricompone e si unisce al marito concependo Horo. La dea funge in tale frangente da materia vergine, la forza attrattiva che trionfa sull’oscurità della morte e garzie all’equilibrio delle forze della natura Osiride risorge nell’apoteosi dell’immortalità. Tali sono i misteri Isiaci che si diffusero in tutto il bacino del Mediterraneo. Nel rituale misterico, Iside, è molto di più che la dea dell’amore e della maternità: è l’attrazione Universale che rende possibile il divenire, e dal nulla “materico” pare divenire la statua testè analizzata. Mazzanti Maria Stella © Copyright 2005

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VIRTUAL TOUR IN EGYPT: ABU SIMBEL (1) 28 March 2009

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L’ansa del Nilo, che abbraccia i monumenti di Abu Simbel (http://www.abusimbelexpo.org/estas/Abu%20Simbel.html), è considerata uno dei più suggestivi ed affascinanti siti archeologici dell’Egitto. Il luogo, denso di fascino, pare riecheggiare arcani rituali in memoria del grande sovrano, dio in terra, Ramesse II, e della sua amata consorte Nefertari, a tal punto che nessuna parola può definire con precisione l’imponenza dei due templi. Ciò è comprensibile solo quando si è dinanzi al maestoso tempio di Ramesse II, sublime gioiello e perla di rara perfezione.

Le immense statue, che delineano la possanza del re, incutono un doveroso rispetto, immobili e ieratiche custodiscono silenziose l’ingresso del sacrario e la loro presenza porge a noi il ricordo di un tempo lontano in cui gli antichi le veneravano.

Se i viaggiatori del vecchio mondo fossero giunti al cospetto dei templi di Abu Simbel li avrebbero certamente considerati una delle meraviglie dell’antichità, ma la saggezza del tempo è infinita e il lento fluire degli anni li ha occultati con veli di sabbia, quasi a preservarli, a proteggerli, a condurre le loro perfette forme nell’oblio. Tutto fu dimenticato, perso nell’arco della storia fino a quando lo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, nel 1813, ha sollevato il sipario di questo palcoscenico di pietra.

Quando il progetto dell’Alta Diga di Assuan e’ stato ultimato nel 1964, l’UNESCO ha lanciato un appello internazionale per salvaguardare i due templi prima che venissero sommersi dalle acque e ancora una volta allontanati dagli occhi del mondo, ma questa volta per sempre. E’ così che i due edifici sono stati smontati, le loro pietre tagliate e trasportate più in alto di circa 60 metri, sulle stesse colline, quindi rimontati rispettando l’antico orientamento.

Il grande complesso di Abu Simbel è considerato il tempio della Nubia più raffinato per motivi che, prescindendo dallo spirito romantico insito nel monumento, sono più prettamente tecnici, ma non per questo meno importanti. Si tratta della sua composta architettura che all’esterno anima la montagna con un’alternanza di pieni e vuoti, creati perché la luce rifrangendosi compisse il miracolo della creazione inondando la parete rocciosa di leggiadria inusuale con meravigliosi aggetti  realizzati in perfetta simbiosi con l’ambiente. L’interno invece  pare uno scrigno in cui le sale adducenti al sacrario, meticolosamente proporzionate custodiscono rare scene storiche e religiose. Un’iscrizione qui rinvenuta, datata al 35° anno di regno di Ramesse II, circa il 1227 avanti Cristo, ne stabilisce la  datazione: il monumento ha infatti più di 3200 anni.

La facciata del tempio ha proporzioni ciclopiche: e’ stata scolpita nell’arenaria per un’altezza di 33 metri, è larga 38 metri e  ha una profondità di 62 metri.

Se vogliamo essere in grado di apprezzare in pieno le sue dimensioni, che qui si diluiscono nell’immensità del deserto, dovremmo cercare di immaginare  Notre Dame di Parigi o la Basilica di San Pietro a Roma e pensarle intagliate nella montagna, in un unico blocco, come è capitato per questo tempio…CONTINUA…

GRANDE CHEOPE, PICCOLO CHEOPE!!! 27 March 2009

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Khufu, noto come Cheope grazie ad Erodoto, regnò in Egitto tra il 2550 e il 2528 a.C. circa. Egli deve la sua fama moderna alla maestosa piramide che domina la piana di Giza, akhet khufu, orizzonte di Khufu, o semplicemente  Akhuit, ossia l’orizzonte. Per comprendere meglio il significato dell’aggettivo che la designava dovremmo immaginarla come era in antico, cioè con un algido rivestimento in calcare fino di Turah e con la sommità ricoperta di elettro, nulla di più surreale al limitare del deserto, uno scrigno etereo per l’anima del re, l’Osiride. Malgrado tale monumento, noto come una delle sette meraviglie del mondo antico il suo proprietario rimane uno dei sovrani più misteriosi dell’antico Egitto. A livello storico si conosce poco eccetto qualche cartiglio, scarna documentazione proveniente anche da recenti scavi nel villaggio operaio a Giza. Per assurdo non esistono sculture del re se non una minuscola statuetta in avorio, alta appena 7 centimetri. A Cheope si associa dunque il più imponente monumento al mondo con la più piccola statua. Il reperto proviene da Abido, antica città consacrata al dio Osiride e meta di processioni votive sin dalle origini del periodo dinastico, ed è conservato al Museo Egizio del Cairo. Il sovrano è ritratto assiso, le gambe unite aderiscono perfettamente al trono, ai lati  si legge, sebbene con difficoltà a causa delle caratteristiche organiche del materiale, il nome del re. Il braccio sinistro è aderente al corpo e l’avambraccio che si distende sul gonnellino shendit termina con il palmo della  mano aperta. Il braccio destro, invece, è flesso sul petto e impugna il flabello, una delle insegne della regalità. Sul capo il re calza la corona rossa del basso Egitto. Il volto del re ritrae un uomo dal viso ampio e dai lineamenti severi, assolutamente lontani dalle caratteristiche statue dell’Antico Regno. Tale immagine forse potrebbe aver fatto coppia con un’altra caratterizzata da differenti insegne regali quali la corona bianca dell’Egitto del nord e in mano avrebbe potuto stringere l’heqa, lo scettro del re. Inoltre potrebbe essere stata scolpita per ragioni politiche-religiose in un periodo diverso dall’Antico Regno come ad esempio il Medio Regno, ciò che potrebbe far supporre tale datazione è il modo in cui sono stati eseguiti i tratti del volto quali gli occhi e, la bocca e il naso, molto più simili a quelli dei sovrani Sesostri che a quelli di Chefren o Micerino. (Copyright 2007)

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MAGICI OCCHI 26 March 2009

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20_louvre1Uno degli elementi distintivi più noti dell’iconografia egizia è sicuramente l’occhio, impreziosito da linee di kohl che ne allungano il profilo, e nobilmente incorniciato da  una sinuosa arcata sopraccigliare. Come molti elementi artistici  non aveva solo un’apprezzabile funzione estetica, ma celava significati simbolici parafrasando lo stesso principio che J. F Champollion,  decifratore della lingua egizia, individuò per l’ idioma:“si tratta di un sistema di scrittura complesso che è allo stesso tempo fonetico, figurativo , simbolico di uno stesso testo, di una  frase , direi quasi di ogni singola parola”. Se trasportiamo tale principio in ambito artistico intendiamo per fonetica le regole compositive di distribuzione delle immagini nello spazio, in cui vige un armonioso equilibrio delle parti. Per figurativo intendiamo l’abilità dello scalpellino nel definire con una linea netta l’oggetto dell’osservazione e per simbolico la scoperta  degli elementi collegabili al pensiero magico-religioso.

 

L’occhio delle statue egizie, ad esempio, è definito con estrema cura, e realizzato in modo assai originale, ad intendere che se anche l’insieme poteva sembrare statico il guizzo vitale sarebbe giunto dalla parte più caratteristica del volto. L’occhio  era inserito in opere di calcare, o nel legno utilizzando un’intelaiatura di  bronzo in cui si incastonavano pietre colorate, a volte semipreziose, vetri, avorio, ebano. Il risultato era mirabilmente sorprendente, paiono ancor oggi occhi veri di trasparente comunicatività. Perché realizzare elaborate esecuzioni e destinare alle statue una cura così certosina per un particolare? Desideriamo sottolineare che la statua nel pensiero egizio era “un’immagine vivente”, alter ego  del proprietario, in una dimensione diversa, il contesto per cui furono prodotte era quello funerario, dobbiamo dunque slegarci dal concetto moderno di statua ed entrare in una dimensione rituale e molto africana. Attraverso l’occhio si vede, ci si può difendere e salvaguardare e su statue anepigrafi ha un indiscusso valore apotropaico, mentre dove compare la scrittura è questa che, con il suo infinito potere evocativo,  esercita siffatta funzione. (COPYRIGHT 2007)

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IL PORTO SEPOLTO 25 March 2009

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alex98-cg108Vi arriva il poeta

e poi

torna alla luce

con i suoi canti

e li disperde

 

Di questa poesia

mi resta

quel nulla

d’inesauribile

    segreto

              

  Giuseppe Ungaretti

 

 

 

L’iniziatica mostra  sull’ Egitto  in esposizione a Venaria Reale (TO) mi ha riportato alla mente una poesia di Giuseppe Ungaretti  il quale vivendo la sua fanciullezza e adolescenza ad Alessandria d’Egitto rimase indubbiamente attratto dal fascino esclusivo di questa cittadina mediterranea sulle sponde dell’Africa. Le leggende che vi circolavano erano sicuramente ricche di quell’esotismo che caratterizza i racconti delle Mille e Una Notte e il porto era l’elemento catalizzante in cui si celava l’onnipresente e glorioso passato del paese, il mistero, il simbolo, la conoscenza occulta. Sprofondare nelle acque di Alessandria  è come un rito di purificazione, dal quale scaturisce una poesia nuova. I canti  del poeta riaffiorano da quel limbo segreto dissolvendosi nel mistero dell’esistenza umana. La luce , il buio delle profondità marine, come del resto l’acqua, l’abisso, il segreto  fanno parte dei concetti guida della poesia ungarettiana. Sotto il mare sono nascosti i simboli che servono per riconoscersi e pare che Robert Wilson, ideatore della scenografia della mostra si sia proprio ispirato a tali elementi.

Tesori Sommersi di Alessandria d’Egitto 24 March 2009

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front“Viaggiando in poltrona” by Seshat International organizza per il 23 Aprile 2009 un’evento eccezionale: una conferenza  sugli scavi subacquei del porto di Alessandria che oggi sono oggetto di innumerevoli attenzioni grazie alla mostra intitolata ” Egitto: Tesori nascosti” alla reggia di Venaria Reale.

L’ illustre relatore sarà il Dr. Mohammed Derwish, direttore del Museo di Archeologia subacquea di Alessandria, collaboratore del Prof. Zahi Hawass. La conferenza sarà accompagnata da filmati inediti che serviranno a far comprendere la situazione del fondale marino e l’immenso patrimonio di reperti che ancora giace nel Mediterraneo.

L’evento si svolgerà presso il Centro Incontri della Regione Piemonte in Corso Stati Uniti 23 alle ore 18,00.

I soci Seshat riceveranno come consuetudine un simpatico ricordo proveniente dall’Egitto.Per informazioni contattare info@seshat.it.

Cleopatra al salone del libro 2009 di Torino 24 March 2009

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death_cleopatra051Seshat International parteciperà, insieme all’Associazione italo-egiziana  Cleopatra, al salone del libro 2009.

Il direttivo Seshat ha scritto la regia della rappresentazione teatrale che avrà luogo il 14 maggio p.v al Lingotto, si tratta di un’opera in quattro atti in cui si ripercorrono le tappe fondamentali della storia di Cleopatra, personaggio di estremo interesse per gli studiosi dell’antico Egitto e non solo.