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EGITTO DELLE MERAVIGLIE:LA TOMBA KV 63 22 June 2006

Posted by seshatblog in Scoperte.
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Chi pensa che tutto sia stato già scoperto, chi pensa che l’egittologia non si faccia in Egitto, chi pensa che solo antiquate pubblicazioni possano formare giovani menti, forse si dovrà ricredere!

L’egittologia, più che in ogni altro paese al mondo, si compie in Egitto, terreno di continue scoperte.

E’vero: le grandi cose partono in sordina ed hanno bisogno di tanta pazienza per compiersi, pare proprio il caso di questa eclatante scoperta. Ottant’anni dopo la sensazionale scoperta della tomba di Tutankhamon (KV62)
la Valle dei Re ha restituito ancora un altro sepolcro: denominato KV63. (Le tombe nella Valle dei Re vengono siglate per semplicità con le lettere K =king e V= valley e poi numerate in ordine di rinvenimento dall’uno all’attuale sessantatrè).

La scorsa primavera il Dr. Otto Shaden ha diretto la campagna di scavo della Memphis University congiunta al progetto Amenmesse. Alla fine della stagione di scavo i lavoranti della missione hanno trovato un grande incavo rettangolare nel letto della valle colmo di detriti provenienti dallo scavo della tomba KV10, la tomba di Amenmesse della tarda XIX dinastia, a cui Schaden e il suo team stavano lavorando dal 1992.

Il ritrovamento ha condotto gli studiosi a formulare alcuni ipotesi  circa  la presenza di una tomba:

1)Una tomba non violata della tarda XVIII dinastia, forse un riseppellimneto del periodo postamarniano,la tomba di    Nefertiti, o al massimo una sorta di tomba harem delle principesse amarniane;

2) Una tomba violata, ma ancora parzialmente intatta di privati come la KV55;

3) Una tomba violata di un proprietario ingnoto;

4) Una tomba a pozzo con una piccola camera;

5) Un pozzo cieco.

Sicuramente una di queste ipotesi doveva rivelarsi parzialmente corretta.

            Tali scoperte accadono comunque perché esistono al giorno  d’oggi dei mezzi tecnici che all’epoca in cui scavava Carter non esistevano. Infatti nel 1976 un indagine sonar aveva evidenziato attorno alla KV 62 una chiara area sotterranea. Nel 1998 iniziò una seria esplorazione del perimetro che fu condotto dalla Durham University con il progetto denominato ARTP (Amarna Royal Tomb Project).

Solo alcuni anni dopo incominciarono veri e propri scavi con la certezza che qualcosa si sarebbe trovato. Infatti ,
la Memphis University ha riportato alla luce un nuovo sepolcro.  Zahi Hawass ha reso noto che il ritrovamento è avvenuto a circa 15 metri a sud dalla tomba di Tutankhamon. L’accesso alla tomba è possibile grazie ad un  ingresso a 4 metri sotto il calpestio.

   Si tratta della quarta cachette mai trovata a Luxor, la prima fu  rinvenuta dalla famiglia degli Abdel Rassul nel 1887 in cui vi erano 40 mummie regali, la seconda fu la cachette del tempio di Amon nel 1891 che custodiva1000 sarcofagi dei presti di Amon, mentre la terza fu portata alla luce nel 1898 all’interno della tomba di Amenofi II con 12 mummie regali.  Il soprintendente di Luxor Mansur Borek ha annunciato inoltre che sono stati trovati 28 sigilli regali di terracotta all’interno della nuova tomba. Otto Shaden il direttore della campagna di scavo ha osservato che tutto il materiale rinvenuto appartiene al massimo alla fine della XIX dinastia.

    Si osservano attraverso una piccola apertura sette sarcofagi antropoidi intatti e un gran numero di giare. I sarcofagi conterrebbero mummie risalenti alla XVIII dinastia che per ragioni non comprensibili al momento sarebbero state sepolte in questa piccola tomba. Sono stati localizzati inoltre ben otto piccoli pozzi con scale che secondo gli archeologi sarebbero serviti agli egizi per entrare e uscire dalla tomba.

  

La “sapienza” del viaggiatore di Maria Stella Mazzanti 16 June 2006

Posted by seshatblog in Curiosità.
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Anni or sono, neolaureata, appassionata più che mai d'Egitto mi trovai ad accompagnare per un grande tour operator di Torino dei viaggi archeologici organizzati dall'ACME (Associazione Amici del Museo Egizio) in qualità di egittologa. Erano viaggi studiati in modo decisamente professionale perchè, il giro turistico, prevedeva tappe prolungate nelle aree archeologiche di maggior interesse per un periodo totale di 12 giorni (oggi viaggi simili sono rari).

Devo dire che questi viaggi fruttarono una bella esperienza sia sul genere umano che sulle dinamiche esistenziali. Avrei dovuto tenere  un taccuino per registrare tutte le astrusità che ho sentito in giro, sia da parte delle guide che da parte dei viaggiatori. Ma sapete com'è, la pigrizia, il tempo, la giovinezza… Ecco, allora, che saltuariamente riaffiorano i ricordi, tanto per tornare alla cultura onniscente del "Perchè Tutankhamon?", ed oggi ho sorriso pensando a ciò che capitò a me e agli accompagnatori una mattina mentre stavamo facendo colazione ad Aswan.

Il programma della giornata prevedeva la visita alla Diga di Aswan, e all'isola di File, dove troneggia una perla architettonica: il tempio dedicato alla dea Iside. Una signora allarmata giunse al  tavolo in cui noi accompagantori ci accingevamo a gustare la colazione chiedendoci che tipo di calzature dovesse indossare (!?) , mi  trovai a suggerire delle calzature chiuse perchè magari la sabbia poteva infastidirla, lei continuo sempre più angosciata chiedendomi se fosse suffieciente. Tutti un po' spazientiti le chiedemmo che problema avesse e candidamente rispose "Sapete, se devo fare la coda voglio sapere quanto tempo dovrò stare in piedi". Gulp! Stavo sorseggiando una tazza di thè e mancò poco che non feci la doccia a chi mi stava accanto: la signora intendeva File=coda, roba da non credere!…

Perchè Tutankhamon? 15 June 2006

Posted by seshatblog in Curiosità.
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4u174aPerchè Tutankhamon è il più noto dei faraoni? Perchè al poveretto sono ascritte le più tremende maledizioni? Perchè si pensa a lui quando si parla della richezza d’Egitto?

Difficile comprendere la distorsione mediatica della massa onniscente, soprattutto difficile tentare di spiegare perchè nessuno ascolterebbe. Il mondo è in agonia, la cultura è già morta, forse la troveremo tra breve mummificata in qualche tomba egizia!

La cultura pare brillare solo negli iridescenti colori dei pixel televisivi, più sono in movimento creando immagini tonanti, più la si venera. E’ il nuovo totem del terzo millennio. Il pozzo catodico è fonte inesauribile di “verità”, fonte di identità , catena di montaggio che genera individui intelligenti, adonici, e baldanzosi. Basta un triccheballacche e tutta l’italia è un echeggiare: triccheballacche!

E’ così che posti dinanzi al nostro Totem si diventa uguali, ossai peggiori. Qualcuno ascolterebbe nel sentire la vera storia di Tutankhamon, non la telenovela , ma ciò che narrano i suoi testi ed il significato mistico dell’aldilà egizio?

Dubitiamo, ma se così fosse ci piacerebbe parlarne, non per mostrare la ricostruzione del volto del re, come uno di noi, ma come lui ha voluto essere.

La memoria del divenire (5) di Maria Stella Mazzanti 15 June 2006

Posted by seshatblog in Personale.
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Giuseppe Pontiggia:che scrittore, che Maestro! Persone che si ha la fortuna d’incontrare in circostanze casuali, in posti dove non dovresti essere e che ti cambiano in qualche modo la vita. Lo ebbi come docente presso la scuola SETL (Scuola Europea di Traduzione Letteraria e scrittura creativa) (www.grinzane.net/P_SETL_ITA.html).
G ià, ma che ci facevo io, un egittologa alla scuola di traduzione letteraria? Il caso.

Un giorno, nel periodo in cui stavo meditando di chiudere con il museo egizio, mi telefonò il mio Professore di Filologia semitica dell’Università di Torino Fabrizio Pennacchietti e mi disse “Deve assolutamente iscriversi a questo corso di specializzazione che in via del tutto eccezionale si terrà a Torino” tentai di replicare dicendo che erano almeno dieci anni che non traducevo più nulla, ma Lui incalzò “Tenti la selezione e poi deciderà”. Mi lasciai convincere perchè era stato docente anche del mitico Antonio Loprieno, egittologo e filologo d’eccezione, ma soprattutto perché mi piacciono le sfide.
Le lingue di selezione erano: inglese, francese, arabo, spagnolo. Mi recai alle selezioni: si trattava di una traduzione scritta ed un colloquio. Il brano da analizzare era un testo filosofico! Sobh, pensai, ciò che è fatto, è fatto, in fondo se l’esito fosse stato negativo avrei avuto come scusante il fatto che erano due lustri che non prendevo più in mano un vocabolario di arabo. Una settimana dopo l’esame, l’esito mi poneva al vertice della graduatoria, possibile? Ora dovevo scegliere cosa fare, rinunciare o iscrivermi e sottostare a ritmi incalzanti, otto ore di lezione tutti i giorni, sabato incluso, con obbligo di frequenza, ed esercitazioni a casa. Le materie erano oltre la lingua di settore, letteratura italiana il cui docente era Valerio Magrelli, un’altro grande insegnante, e tecniche di scrittura creativa con Giuseppe Pontiggia. Pontiggia era un uomo che amava “provocare” gli allievi, obbligandoli a superare se stessi, lui soleva ripetere che anche un uovo al tegamino poteva essere un piatto banale o diventare una prelibatezza da grande chef. Mentre diceva ciò sorrideva e faceva riferimento alla sua mole, pareva un gigante buono. Amorevole nello spronarci, era però intransigente nei risultati da conseguire, severo nel giudizio e perciò temutissimo. Un giorno chiese come esercitazione una scheda tecnica, di un libro, di un quadro, un’opera d’arte qualsiasi. Allora decisi di presentare una scheda archeologica di un reperto del museo egizio che avevo analizzato in quanto la dirigenza pensava di allestire una mostra tematica sui culti funerari. Si trattava di un cartonnage. Presentai la scheda senza le correzioni apportate dalla dirigenza del museo. Qualche giorno dopo Pontiggia la lesse giudicandola un “pezzo tecnico col cuore”. Confesso che quel giorno, stressata dalle molte ore di lezione, ero nelle ultime file un po’ sonnacchiosa, balzi sulla sedia in stato confusionale. A termine della prolusione mi avvicinai a lui alquanto titubante portando con me il testo corretto dal museo. Lui li confrontò, e sempre con gli occhi sorridenti, quasi ironicamente mi disse “conosco bene questo tipo di accademici, distruggono l’anima dei testi, non li prenda come esempio. Scrivere è una dote che non tutti hanno, è una sfida, e scrivere bene, comunicando contenuti tecnici è una rarità…”

Stavo terminando un articolo per il Museo Regionale di Messina circa dei frammenti di un testo lapideo che avevo tradotto (anche questa circostanza era strana), la scoperta che feci era interessante, ma il titolo del pezzo risultava banale. La responsabile della pubblicazione desiderava un titolo del tipo “I frammenti lapidei XYZ del Museo Regionale di Messina, nuove ipotesi”, io lo trovavo banale. Dopo diverse elucubrazioni con il mio mitico docente il titolo fu “Paradiso arabo e paradiso cristiano alla corte di Ruggero I a Messina”. Pontiggia mi disse: “Un titolo può fare la differenza, pensi, sono andato avedere la mostra su Iside a Milano, deludente, manca di anima, lei non perda la sua!”…

La memoria del divenire (4) di Maria Stella Mazzanti 14 June 2006

Posted by seshatblog in Personale.
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Lavoravo all’egittologia con passione e dedizione assoluta, sebbene le collaborazioni, quelle che ora sono definite cococo (sembra il verso di un ben noto animale da cortile!) non rendessero economicamente, com’è noto da noi la cultura è sottostimata, percependo i pagamenti quando  la dirigenza ne avesse avuto voglia (e tempo, perché all’epoca c’era chi diceva, e non si è mai capito se lo pensasse veramente o se ironizzasse: per fare l’archeologo bisogna essere ricchi. Infatti è noto che il buon DIO  dispensa più cervello a chi ad esempio fa mettere l’apparecchio ai denti del cane). Le attese erano lunghe a volte si attendeva un anno, un anno e mezzo! Com’è bohemienne la vita da archeologo, vero?
Alla fine giunse un concorso, il tanto sospirato concorso, di cui magari parlerò in dettaglio in altra circostanza, W l’Italia delle truffe!!!!!
Amareggiata dall’ambiente bene della cultura, decisi che la mia vita avrebbe dovuto prendere un altro giro. Volevo chiudere per sempre con L’Egitto e l’egittologia, in cuor mio maledicevo tutto. Basta con la Valle del Nilo! Non so bene perché mi imponevo di non volerne più sapere. Avevo giurato a me stessa che avrei dedicato il mio tempo a girare il mondo e che in Egitto non sarei più tornata, dedicandomi ad altro ( mi specializzai in Traduzione letteraria ed ebbi come maestro di scrittura il grande Giuseppe Pontiggia di cui magari parlerò oltre; mi dedicai a lavori scientifici presso il Museo regionale di Messina; catalogai reperti a Marta per la Regione Lazio; partecipai a campagne di scavo in Israele) .
Poi, un’amica che curava viaggi archeologici (Antichi Splendori) e che ben conosceva l’ambiente torinese del museo, mi chiese se avessi potuto curare l’aspetto archeologico dei viaggi nello Yemen, il leggendario paese della regina di Saba, paese anche del suo adorato marito.
Mi recai allora nello Yemen e focalizzai alcune aree archeologiche  da privilegiare. Iniziai ad accompagnare così alcuni gruppi di appassionati. Un gruppo di un importante circolo italiano si affezionò a me chiedendo alla mia amica se avesse potuto organizzare un viaggio in Egitto (!). Ero riuscita a starne lontana quasi un anno, inizialmente rifiutai, poi l’insistenza fu enorme ed infine pianificammo il periodo. Mi ripetevo che sarebbe stato un viaggio d’addio e nulla più. Ma qualche giorno prima della partenza  un collega, anch’egli allievo del Prof.Curto, mi chiamò chiedendomi di portare  una pubblicazione di Falesiedi sulle piramidi  al Dr. Hawass, mio malgrado accettai ponendo il condizionale perché non sapevo se fossi riuscita ad andare a Giza di mattina  e non garantivo la consegna. Ci recammo a Giza di mattina, fui riconosciuta da un’ispettore che mi disse che il Dr. Hawass aveva chiesto di me proprio quella mattina. Lasciai il gruppo alla visita delle piramidi e mi recai con il libro (!?) nel suo modesto ufficio. Zahi non sembrava assolutamente meravigliato e mi disse “Ti stavo aspettando”. Era possibile che mi stesse aspettando?
Mi scrutò a lungo negli occhi e capì che qualcosa non andava, devo ammettere che fui imbarazzata, gli dissi che volevo chiudere per sempre con l’egittologia, lui sorrise e senza colpo ferire disse “vieni con me a Dahshur tra dieci minuti, entreremo nella piramide di Sesostri III, voglio mostrarti un a cosa”. Cosaaa? La parte razionale dentro di me poneva il viaggio come scusa per un rifiuto, la parte irrazionale suggeriva: vai! Parlammo abbondantemente in auto, giungemmo a Dahshur, entrammo nella piramide…grandioso, vennero gli studenti di Zahi Hawass dell’Università Americana, tenemmo lezione a cielo aperto,ero nuovamente lì e una pace infinita mi beatificava!!!

L’Apparenza e la Sostanza 13 June 2006

Posted by seshatblog in Curiosità.
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Un titolo che potrebbe avere il sapore delle favole Fedro. E' una riflessione che il nostro consiglio direttivo ha compiuto dopo aver assistito ripetutamente a scippi di varia natura a proprio discapito.

Superior stabat agnus, inferior lupus…

La nostra associazione è nata con l'entusiasmo e l'umiltà che dovrebbero connotare a nostro giudizio il Sapere, peccato che  t r a m p o l i e r i patentati, fiutando la nostra buona indole  e la genuinità delle idee, nonchè le illustri persone che grazie a rapporti di stima, collaborazione e correttezza, sono a noi particolarmente legate, abbiano sfruttato per scopi assolutamente personali le nostre conoscenze.

Poichè internet è un mezzo potente, ma contemporaneamente pericoloso, costoro hanno poi pensato di usare l'apparenza, ovvero le immagini e le parole ben fiorite, per ascriversi meriti che in realtà sono vacui, anche attraverso i simpatizzanti Seshat. Certo è che, chi si trova per caso a navigare su Internet, troverà convegnucoli amplificati da immagini galattiche, dove chi opera è ritratto in mille foto, stile servizio miss Italia, e chi non ha fatto assolutamente nulla accanto all'ospite più importante sullo stile della barzelletta riassumibile con l'espressione "ma chi è quell'omino vestito di bianco, accanto a Giovanni in Vaticano?".

Malgrado ciò noi continuiamo a sorridere, non perchè siamo stolti, ma perchè dopo l'esperienza acquisita desideriamo rimanere bianchi come colombe sebbene un po' di astuzia di serpe sia enrata nei nostri cuori. Infine crediamo che se si debba produrre sostanza non si abbia tempo per curare l'apparenza, almeno non come abbiamo visto fare…

Sofia culinaria egizia di Maria Stella Mazzanti 13 June 2006

Posted by seshatblog in Ricerche e Studi.
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SOFIA CULINARIA EGIZIA  alla mensa dei faraoni   © (Diritti riservati Seshat International 2005)

INTRODUZIONE

L’Egitto, culla della civiltà, terra degli dei, scrigno di misteri e tesori, lontano eppur vicino non smette di esercitare il proprio fascino. Le ragioni sono molteplici: sicuramente al primo posto si deve porre la quantità inesauribile di reperti che emergono con regolarità dalle sabbie e che lasciano stupiti noi, uomini proiettati verso il futuro, obbligandoci a riflettere sulla nostra effimera cultura, caratterizzata a volte da un consumismo irrazionale e mai paga del superfluo. Umili oggetti in legno intagliato, ciotole di pietra magistralmente scolpite, ceste di giungo con decorazioni geometriche, stuoie e tessuti ci impressionano  per l’amore con cui furono prodotte da mani di abili artigiani, tanto quanto le superbe statue litiche, i sarcofagi  e le maschere auree, gli sfarzosi corredi. Tutto ciò  ci induce  a riflettere e sovente ci assale il dubbio che ben poche cose siano state inventate nel nostro tempo, semmai le abbiamo migliorate e rese disponibili in gran quantità. Se tale terra suscita entusiasmo collettivo non credo di  esagerare dicendo che, per chi svolge la professione di archeologo lungo le sacre sponde del Nilo, la necessità di comprendere e analizzare a fondo la sua civiltà diventa una dolce ossessione, un lavoro che non ha mai fine e per cui si trovano risorse inesauribili. Talvolta accade che siamo talmente presi dalle nostre ricerche che discernere passato e presente risulta difficile, così può capitare che si tenti di attualizzare un “capriccio antico” come un particolare dell’abbigliamento, un dettaglio di ebanisteria, un’acconciatura, il trucco e perché no, anche tentare di gustare antichi sapori. Molti anni or sono, proprio a Roma, dopo lunghe confabulazioni con una mia collega romana, Katia di Marco, nello studio di una mia docente, la Prof. Luisa Bongrani, è nata l’idea, mai realizzata prima, di sperimentare l’antica cucina egizia. Nacque dunque un progetto denominato “Alla mensa dei faraoni”, non si trattava di scimmiottare la cucina araba, ma basandosi su testimonianze iconografiche e testuali avevamo composto un menù dal sapore vagamente esotico in cui le vibrazioni delle spezie evocavano tempi lontani.  Oggi desidero riproporre le mie ricerche in merito regalando un assaggio della mensa  degli antichi e accompagnando l’evento con un piccolo  documento cartaceo di archeocucinaMaria Stella Mazzanti

1)Equilibrio di sapori  (M.S.Mazzanti)

L’antico Egitto fornisce una vasta documentazione archeologica, scritta e figurativa, che testimonia l’esistenza di una grande varietà di cibi. Le pitture parietali e i rilievi narrano con incredibile precisione pasti inusuali come quelli funerari, e banchetti organizzati in occasione di festività.  Non è detto che costituiscano la prova certa di come si componesse un pasto giornaliero, come dire che noi non ci nutriamo tutti i giorni di lasagne al forno o brasato al barolo,  ma possono  restituire l’idea del tipo di cibo consumato. Sicuramente attendibile è l’uso quotidiano  di gran quantità di ortaggi, come  cucurbitacee e lattuga che fanno bella mostra di sé sulle tavole faraoniche. Ad aiutarci nell’identificazione dei prodotti inoltre esistono i lunghi elenchi di derrate che  tendono a precisare le quantità, ma non evidenziano le differenze qualitative dei vari alimenti. Scarse sono invece le indicazioni relative alla trasformazione di prodotti primari, come ad esempio zuppe, pani, dolci, bevande che ricaviamo da alcuni papiri o ostraka. Non esistevano dei veri e propri ricettari, ma di tanto intanto si trovano indicazioni interessanti anche nei testi medici. La ricchezza dei prodotti agricoli era indescrivibile, a questi si aggiungeva in  gran abbondanza pesce, carne costituita prevalentemente da selvaggina, sebbene non mancasse  la carne bovina e ovina. Frutta, e pani di diverso tipo con zuppe di farro ed orzo componevano una tra le alimentazioni più equilibrate dell’antichità. La varietà e la gran quantità di derrate costituivano la base per una dieta sana ed equilibrata che si potrebbe definire di tipo mediterraneo. Ciò aveva una ripercussione benefica sulla salute dei propri abitanti che vantavano una durata media della vita eccezionalmente lunga, si calcola ad esempio che Ramesse II sia deceduto ultraottantenne. Non cadiamo nelle fallaci e semplicistiche affermazioni che deviano dal reale secondo cui ciò non era la regola e che solo il sovrano si cibava di carne. I recentissimi ritrovamenti nell’area di Giza del Prof. Zahi Hawass e Prof Mark Lehner hanno dimostrato che i costruttori delle piramidi, insediati nell’agglomerato urbano ai piedi del plateau di Giza, si cibavano regolarmente con carne bovina e pesce accompagnandoli con zuppe, pane, verdure e birra. Ciò è emerso con chiarezza dalle ossa animali e lische di pesce rinvenute nell’area delle cucine. Sempre in tali scavi è emerso una volta per tutte che l’idea biblica dello schiavo deve essere abbandonata, e ci auguriamo per sempre!  

2) I cereali: farina, pani, focacce e dolci (M.S.Mazzanti)

Lo sviluppo della cerealicoltura nell’Antico Egitto fu direttamente proporzionate allo sviluppo dell’irrigazione. La forma più antica di irrigazione, nota fin dal periodo predinastico, consisteva nell’attendere l’inondazione annuale del Nilo, in pratica le coltivazioni si estendevano in questo modo solo sulla fascia di terra raggiungibile dalle acque del fiume. Già alla fine dell’epoca predinastica cominciarono i primi tentativi d’irrigazione controllata tramite la creazione di bacini irrigui e canali nei quali era convogliata l’acqua nel corso di tutto l’anno. La realizzazione di tale sistema irriguo dimostrò fin dall’inizio di essere troppo onerosa se perseguita da singoli o da piccole comunità agricole. Essa infatti comportava l’impiego di notevoli forze-lavoro che solo un organismo complesso, potente e ramificato come la struttura statale poteva attuare. Non a caso ogni qual volta si verificava una crisi dell’autorità palatina l’efficienza del sistema irriguo ne risentiva, con effetti nefasti sulla produzione agricola. II fattore che condizionava il raccolto era costituito soprattutto dal livello dell’acqua dell’inondazione. Se l’inondazione era troppo scarsa la quantità di  terreno coltivabile si riduceva drasticamente provocando spaventose carestie tramandate da numerosi documenti. L’abbondanza del raccolto era dunque determinata da un fenomeno naturale e costante quale era appunto lo straripamento del fiume, un evento divino e straordinario. I cereali coltivati erano sostanzialmente tre: il farro (triticum dicoccum), un tipo di grano a cariosside vestita, rachide fragile e glumelle aderenti alla cariosside; un tipo più raffinato di frumento da identificarsi probabilmente con il triticum aestivum; ed infine l’orzo (hordeum sativum vulgare), con spighe a rachide fragile, provvisto di sei file di cariossidi. L’impiego più comune della farina, ottenuta da questi cereali, era per la preparazione del pane. I testi ci tramandano un’infinità di nomi diversi e la documentazione figurativa testimonia l’esistenza di moltissime forme diverse di pane: conica, semicircolare, circolare, ovoidale, triangolare e a ciambella. Durante il Nuovo Regno si usavano forme zoomorfe e antropomorfe per i pani-giocattolo destinati ai bambini, tali forme in realtà potrebbero aver avuto all’interno dei corredi funerari funzione ben diversa, cioè di  simbolo o segno grafico. Le tecniche della panificazione sono invece ben note  che erano svolte per fasi: si macinavano i  cereali ,e la farina così ottenuta era impastata con acqua, a mano su lastre in pietra, o con i piedi in grandi giare se si trattava di grossi quantitativi. La lievitazione consisteva nell’aggiungere all’impasto residui di pasta inacidita del giorno precedente. I sistemi di cottura erano molteplici e variavano nel corso del tempo, a seconda dei luoghi e degli ambienti. Il più semplice prevedeva la cottura diretta sulle ceneri ardenti o su lastre litiche poste sulla fiamma. Dall’Antico Regno si diffuse l’uso della cottura in forme preriscaldate provviste di coperchio. Nel Nuovo Regno la cottura avveniva prevalentemente in forni cilindrici. Per la preparazione di dolci si aggiungevano alla pasta di pane ingredienti vari tra i quali il miele, i datteri, le carrube e l’uva passa. La cottura variava a seconda dei dolci: alcuni venivano cotti in forme, altri, come i dolci a spirale raffigurati nella tomba di Ramesse III a Tebe, erano fritti in larghe padelle colme d’olio. Oltre che per Ia preparazione di pane e dolci, i cereali servivano anche per Ia composizione di zuppe, ben illustrate nelle tombe di Saqqara. Va infine ricordato l’uso di cereali fermentati per la preparazione della birra, che era indubbiamente la bevanda più comune ed apprezzata nell’antico Egitto. Numerose immagini nelle tombe ci permettono di individuare varie fasi della sua fabbricazione e sottolineano in particolare lo stretto rapporto che la collegava alla preparazione del pane. Comune ad entrambe era infatti il procedimento iniziale di lavorazione, dall’uso di farina derivata dagli stessi cereali , ai modi d’impasto e di cottura. Si procedeva per prima cosa alla preparazione dei cosiddetti “pani da birra” che  dovevano rimanere crudi all’interno per favorire la successiva fermentazione. Dopo la cottura i pani venivano sbriciolati, ribagnati e rimpastati con l’aggiunta di estratto di datteri, e lasciati fermentare. L’impasto era infine filtrato e il liquido ottenuto travasato in grosse giare sigillate poi con tappi di terracotta. Varianti  esistevano in relazione ai luoghi d’origine che davano vita a prodotti diversi per qualità, per tasso alcolico e per sapore.

3) Vino, nettare prelibato (M.S.Mazzanti)

Contrariamente a quanto si può immaginare, se prendiamo come riferimento i nostri giorni, la coltivazione della vite era molto diffusa in Egitto,  dove era attestata almeno dal periodo Protodinastico (3000-2660 a.C.). I succosi grappoli d’uva si gustavano come frutta, oppure si spremevano per produrre il vino. Le prime giare vinarie di cui si sono trovati i resti, risalgono alla I dinastia. Scene di vendemmia, dove si osserva il serpeggiare della vite, carica di frutti, sono presenti nelle tombe e testimoniano, inoltre l’uso di una tecnica di vinificazione molto simile a quella utilizzata artigianalmente fino ai nostri giorni. Essa prevedeva la raccolta e la pigiatura dell’uva in larghi bacini, la spremitura del residuo in appositi sacchi torti per mezzo di pertiche infilate all’estremità, e la fermentazione del succo in anfore lasciate aperte fino al completo esaurimento del processo. Circa l’esistenza di qualità diverse di uva e di vini non vi sono documentazioni precise: qualche testimonianza linguistica sembrerebbe far riferimento piuttosto a tipi di uva scura particolarmente apprezzate quelle del Delta e delle oasi occidentali. Altre bevande alcoliche erano ottenute dalla fermentazione di frutti e bacche ricchi di sostanze zuccherine, tra cui il melograno e i datteri. La più nota e diffusa a Tebe nel Nuovo Regno era la shedeh altamente inebriante preparata con succo fermentato di dattero.

4) Latte (M.S.Mazzanti)

Una società come quella egizia dove i ritmi lenti della vita scandivano la quotidianità comprese immediatamente l’importanza del latte, partendo  proprio da quello materno le cui virtù sono menzionate in testi medici del Nuovo Regno. Il latte era apprezzato e consumato quotidianamente, ed altrettanto noti erano i suoi derivati come il burro, usato per condire le verdure o insaporire le zuppe, e i formaggi di cui sono trovati resti tra le offerte funerarie, infatti erano conservati in vasi di alabastro, i più antichi risalenti addirittura alla I dinastia. I testi documentano  non solo l’uso di latte di mucca, ma anche quelli di capra, di pecora e d’asina con cui si preparavano delle specie di polentine, si mescolavano all’impasto per i dolci e si producevano dei formaggi che oggi definiremo “light”, tipo tomini  o ricotta.

5) I prodotti dell’orto: frutta e verdura (M.S.Mazzanti)

Ammaliano per la precisione tecnica, il rigore e il colore le rappresentazioni egizie di piccoli appezzamenti di terreno con la produzione ortofrutticola. Paiono quasi tavole botaniche in cui con estrema facilità si riconosce una cucurbitacea da leguminose, che dire poi dei cespi di lattuga? Le scene presenti nelle tombe mostrano letti ben divisi, curati e abbondantemente irrigati. Le verdure comprendevano leguminose (ceci, fave, lenticchie e piselli), gigliacee (aglio, porri e cipolle), cucurbitacee (cetrioli, zucche e meloni), crucifere (cavolo e rafano) e alcune ombrellifere (coniandolo e cumino). Non mancava mai in un orto ben curato la rappresentazione della diffusissima lattuga consumata non solo quotidianamente, ma che fa bella mostra di sé anche sulle tavole d’offerta funerarie sfoggiando un brillante colore verde. Le sue dimensioni erano ragguardevoli e i testi medici la raccomandavano attribuendole qualità afrodisiache. Le verdure erano consumate crude o cotte, bollite o stufate da sole o mescolate ad altri alimenti, creando dei piatti unici di alto apporto vitaminico e di fibre. Nel periodo estivo vi era abbondanza di datteri, uva e fichi prodotti dal fico comune e dal fico sicomoro. Poco prima del  Nuovo Regno si importarono i meli ed i melograni, divenendo assai comuni in tutto il paese. Tra la frutta selvatica erano apprezzate le bacche del giuggiolo, chiamate nabek, molto simili alle ciliegie. L’olivo fu introdotto dall’area vicino-orientale e la sua coltura si estese addirittura fin  nella Tebaide e nel Fayyum, fu largamente usato in farmacologia, cosmesi ed ovviamente in cucina, dove si impiegavano invero anche altri olii come il bak estratto dalla noce della moringa (Moringa oleifera. Albero tropicale con foglie pennate, fiori rossi o bianchi e frutti a baccello, da cui si estrae l’olio), vi era poi l’olio di sesamo, e quelli estratti dai semi di lattuga e di lino.

6) Un dono prezioso: il miele (M.S.Mazzanti)

Ape, simbolo del potere regio. Le piccole api stilizzate dei raffinati monili egizi, deliziose miniature multicolori di questa minuscola creatura si affacciano dalle pitture e ci restituiscono il sapore di una civiltà rurale dedita a seguire con rigore le regole della natura. Sarà stata forse l’attenta osservazione dell’operosa attività attorno all’alveare, ben ordinato gerarchicamente, ad ispirare i codificatori della lingua affinché proprio il disegno di un‘ape fosse una componente per esprimere  il vocabolo designante il re (nisut bity). L’apicoltura, fu una tra  le industrie minori più fiorenti dell’economia egizia, da essa provenivano gli stessi prodotti a noi noti ed usati in  ebanisteria, farmacologia (propoli, cera) o in cucina. Il miele era particolarmente apprezzato e ricercato in Egitto, come all’estero, sia per l’alimentazione, sia per la preparazione di farmaci e profumi e creme lenitive. Il suo alto valore nutritivo e le sue qualità dolcificanti ne consigliavano l’uso come alimento puro o come componente essenziale in pasticceria. Proprio per far fronte ad una domanda crescente si passò ben presto dalla raccolta del miele selvatico all’apicoltura. I testi , sempre puntualmente, annotano con minuzia differenti qualità di miele  diversi per colore “rosso” e  “chiaro” o per purezza.

7) Le carni e i pesci (M.S.Mazzanti)

Gli egizi traevano nutrimento, oltre che dai prodotti della terra, dalla carne di animali e pesci. Anzi la caccia e la pesca furono inizialmente le più importanti forme di procacciamento di cibo, sin dall’epoca delle origini. Con l’affermarsi poi di una coltura agraria l’attività venatoria, per lo meno nei suoi aspetti più spettacolari e pericolosi, come ad esempio la caccia nel deserto di cervidi, felini e tori selvatici, perse il suo significato originario, per assumere piuttosto i caratteri propri di una pratica sportiva e ricreativa d’élite. Continuò invece ad essere praticata la caccia di animali di piccole taglie e in particolare l’uccellagione volta alla cattura di uccelli (piccioni, gru, oche, anatre e uccelli acquatici) destinati prevalentemente all’allevamento. Rinchiusi in appositi recinti i volatili erano nutriti fino a raggiungere peso e dimensioni ottimali. Numerose scene illustrano i preparativi che precedevano la scelta di volatili come offerta funeraria o come cibo per i vivi. Dopo essere stati spennati, puliti, privati di testa, zampe ed estremità delle ali, gli uccelli erano infilzati su lunghi spiedi e arrostiti sopra un braciere. Oltre a questo tipo di cottura, la carne poteva essere essiccata o salata, secondo un procedimento analogo a quello usato per la preservazione del pesce. Assai importante ai fini alimentari fu l’allevamento di bovini e capridi. L’estendersi delle coltivazioni permise lo sviluppo della zootecnica provvedendo a garantire foraggio sufficiente per il bestiame. Anche se in misura minore l’allevamento era pure praticato in zone semidesertiche adatte al pascolo, come gli uadi e nelle oasi ed aree paludose del Delta. Il più grosso bovide era il cosiddetto bue iua che apparteneva ad una razza piuttosto bassa e tarchiata, caratterizzata da corna corte e ventre prominente e che aveva la capacità di ingrassare facilmente. La macellazione dell’animale seguiva uno schema fisso, rimasto invariato nel corso dei secoli: dopo la sgozzatura si procedeva al taglio della zampa anteriore. Va infine ricordato che stando alla documentazione scritta e figurativa pervenutaci tutte le attività volte at procacciamento del cibo erano espletate quasi completamente da personale maschile. Alle donne, invece, spettava il compito di cucinare, nel caso particolare della carne questa era prevalentemente lessata e consumata così accompagnandola a verdure e legumi, oppure il lesso era utilizzato come base per la preparazione di pasticci o di polpette. Il pasticcio è sopravvissuto nella tradizione contadina moderna  e si compone di sottili sfoglie di pane alternati a strati di verdura e carne stufata , la preparazione disposta in rigorose teglie di terracotta, spolverata di cumino è infornata per oltre un’ora a temperatura media, difficile gustarlo nei locali turistici , è un piatto preparato esclusivamente nelle campagne ed è semplicemente delizioso. La carne poteva inoltre essere cotta come un arrosto, mentre arrostiti allo spiedo erano invece quasi sempre i vari tipi di volatili, fatta eccezione per le oche ed anitre che si prestavano a preparazioni più elaborate. Come la caccia, anche la pesca era attivamente praticata in un  paese  che gravitava lungo le sponde del fiume più lungo del mondo: il Nilo che ogni anno inondando la valle trasformava  il paese in un enorme acquitrino ricco di materiale organico, fantastico alimento per i pesci  che si moltiplicavano abbondantemente. Si pescava facendo uso di arpione o di lenza, oppure con la rete Fin dalla preistoria la pesca fu per gli Egiziani una delle fonti primarie di sussistenza, testimoniata dai ritrovamenti di fiocine e di ami in osso o conchiglia in insediamenti datati  prima del 10.000 a.C. In epoca storica, quando nacque un organismo di tipo statale,  la pesca fu organizzata  a livello industriale: il pesce infatti veniva pescato, essiccato e confezionato e in seguito distribuito su tutto il territorio dell’Egitto e costituiva una delle basi dell’alimentazione per buona parte della fascia di ceto medio della popolazione: infatti regole sacre vietavano il consumo di carne e di pesce al sovrano a ai sacerdoti. I persici del Nilo erano cosi grandi che si usava la fiocina, stando in piedi sulla barca.

La memoria del divenire (3) di Maria Stella Mazzanti 12 June 2006

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La mia conoscenza dell’Egitto incrementò sia attraverso studi accademici (Laurea, Specializzazione, Dottorato, Master) sia attraverso la frequentazione del paese, dapprima con due borse di studio del MAE (Ministero degli Affari Esteri) e poi con una gran quantità di viaggi mirati a siti particolari. Non potrò mai dimenticare quando dopo la laurea incominciai la collaborazione scientifica con il Museo Egizio di Torino. All’epoca era un luogo idilliaco, o almeno tale mi pareva.
 La dirigenza spettava al mio stimato maestro Prof. Silvio Curto, che aveva saputo creare un’atmosfera unica. In biblioteca, la vecchia mitica biblioteca, con l’altrettanto mitica bibliotecaria Marie Rose Orsini, si studiava confrontandosi liberamente. Ero fiera di essere un’allieva del Porf. Curto perché mi aveva insegnato ad affinare la mia indole, e perché aveva trasfuso in me la passione per il sapere fatto di ricerche instancabili e di umili confronti, acuendo la mia inclinazione
   Era l’epoca in cui un suo brillante allievo, Antonio Loprieno, teneva superbe lezioni di geroglifico in biblioteca, tutti attorno al tavolo, tutti coinvolti nella risoluzione di antichi enigmi. Ogni giorno era uno schiudersi di nuove conoscenze, di segreti in un certo senso svelati con lo studio dei reperti del Museo. Ricordo ancora che i manufatti che catalogavano mi parevano reliquie inviolabili, ciascuno pareva racchiudere un universo di informazioni. Poi si lavorava in anonimato, più o meno velato. all’allestimento di mostre e si studiavano così oggetti più importanti.
Accettai, incoraggiata dal Prof. Curto, la candidatura per il Consiglio direttivo dell’Acme (Associazione Collaboratori Museo Egizio) dove rimasi per 8 anni in carica (1990-1998) con la mansione di curare le pubbliche relazioni fino al momento delle mie dimissioni dettate da molteplici ragioni, ma la principale fu che non essendoci più il Prof. Curto l’Associazione aveva perso la purezza intellettuale impoverendosi sempre più a livello razionale. Forse in futuro potrei  raccontare di più, ma al momento ciò è basilare per spiegare che l’esperienza dell’ACME mi forgiò per comprendere le necessità di appassionati e studenti quando si avvicinano ad associazioni culturali, tanto che per anni avevo accarezzato l’idea di fondare un’associazione che si occupasse di  egittologia. Che ambizione penserete voi! Ma in sincerità lo scopo era diffondere d i s i n t e r e s s a t a m e n t e  la conoscenza della civiltà egizia, senza più restrizioni dettate da questa o quella circostanza. Comunque ciò fu una pietra miliare del mio destino.
Fui incaricata dal Prof. Curto di occuparmi della delegazione egiziana durante il VI congresso internazionale di  egittologia di Torino in quanto avendo studiato al Cairo avevo maggior destrezza e parlando la lingua ( che non serve per parlare solo coni vu’ cumprà) avrei agevolato molto l’organizzazione. Ovviamente conoscevo quasi tutti gli illustri ospiti egiziani, non conoscevo i loro  giornalisti e qualche “giovane” egittologo egiziano, perché magari durante il mio soggiorno in Egitto si trovava all’estero per studio. Tra le persone che non conoscevo c’era una promessa per il futuro dell’egittologia mondiale, costui non familiarizzava molto con i suoi colleghi, piuttosto si allontanava per confondersi con studiosi americani. Il Segretario Generale dello SCA (Supreme Council of Antiquity) Prof. Aly Hasan  e il compianto Gamal Mukhtar mi dissero che costui aveva studiato alla Pensylvania University e che era stato incaricato quale ispettore, dopo il suo ritorno dagli States, dell’area di Giza. Mai avrei pensato che tra me e lui sarebbe scoppiata una furiosa lite. Finalmente dopo una stressante settimana arrivò il giorno della partenza, ma la delegazione egiziana era in pensiero perché un collega non era sceso a colazione, pare non si trovasse in albergo, panico! Attendemmo invano un’ora e purtroppo il tempo a nostra disposizione terminò. Alcuni mi fecero notare che non tutti sarebbero rientrati in Egitto, ma c’era chi come una collega, Assad Fawzia, aveva un altro volo per la Germania a poco più di un’ora. Salirono sul pullman, quand’ecco comparire fischiettando trascinando un trolley il ritardatario (pare impossibile crederci perché di norma chi lo conosce bene sa che è puntualissimo!) il quale quando ci vide tutti allarmati scoppiò dapprima in una risata e poi quando gli si fece notare che aveva causato un disguido si adirò, a questo punto intervenni: fui travolta da una raffica di insulti ai quali risposi senza timore (in arabo, ovviamente!). Lui salì sul bus, io in macchina. La lite proseguì in aeroporto: Aly Hasan mi pregò di scusarlo perché ognuno ha le proprie debolezze, io non accettai, intanto Gamal Mukhtar si appartò con lui cercando di renderlo ragionevole, io pretesi delle scuse formali, che non ci furono, ma con gli occhi fiammeggianti si congedò dicendomi “Stella, sarà la benvenuta a Giza in ogni momento e quando verrà ammazzeremo un capretto per far festa, arrivederci”.
  Era Zahi Hawass. Cosa avreste pensato? Ci avreste creduto? Eppure io orgogliosa mi recavo a Giza ogni volta che andavo in Egitto ed l’ho sempre trovato nel suo leggendario ufficio, a propormi nuove cose da vedere o informandomi circa le sue epiche missioni. Ho collaborato con Lui, è fantastico. Siamo diventati amici e so che posso contare su di Lui in ogni momento per qualsiasi necessità. Ricordo anche le parole del suo maestro Gamal Mukhtar “è leale, duro, ma genuino”. E’ vero, al mia strada per l’egittologia passa proprio attraverso di lui che non ha mai smesso di incoraggiarmi con la sua travolgente carica di energia. Quando sorseggiando un thè all’Hilton, oppure  a cena con gli amici ricordiamo quell’incontro entrambi sorridiamo pensando alle stranezze del destino… Maria Stella Mazzanti 

La memoria del divenire (2) di Maria Stella Mazzanti 11 June 2006

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Image26.jpgDall’ottobre della mia prima visita al Museo Egizio di Torino ne son passati di anni, ma la mia dedizione per l’Egitto non è venuta meno, anzi direi che è proporzionalmente aumentata con l’incremento delle nozioni in mio possesso. Anche gli avvenimenti che in un certo senso mi hanno condotto a tale conoscenza mi paiono colmi di significato e disposti da un destino sottile, un filo invisibile che conduce ciascuno di noi fin dove siamo decisi ad arrivare, come la corrente di un fiume. Il punto d’approdo spesso non sempre coincide con la fama ed il successo, ma è la realizzazione di un sogno, il leit motiv di una vita. Il raggiungimento della felicità. La felicità e la conoscenza sono da sempre agognati dall’uomo, ma stranamente avversati dal mondo, proprio come accade a Ra, il dio sole egizio, ostacolato da Apopi, malvagio serpente antagonista della Maat, l’ordine cosmico. Oppure mi torna in mente la parabola di Gesù “E’ più facile che un cammello passi attraverso la cruna d’un ago che un ricco entri nel Regno dei Cieli”. Così accade al giorno d’oggi, ma questa è un’altra storia. Il mio personale amico, maestro, sostenitore Zahi, ergo Hawass, mi ha sempre detto: “Stella, credi ciecamente in un sogno, lotta per questo sogno e vedrai che si realizzerà, non importa ciò che dicono gli altri ”. Lui ripete sovente che gli altri sono come Seth, altro dio egizio identificato con il male, tanto è vero che ha scritto un interessante articolo sul suo sito “Who is Seth?” and “Seth Did Not Attend the Honouring Party”in:http://www.guardians.net/hawass/who_is_seth.htm: il mondo accademico, e similare, è popolato da eserciti di Seth. Ma anche questa è un’altra storia ed io voglio pensare al sogno. Dicevo che Zahi, amante della sua professione come pochi possono vantare di essere, mi ha fatto notare alcune potenzialità che possiedo e che assopite attendevano di emergere, infatti lui mi suole ripetere: “Sei uno dei pochi egittologi stranieri che parlano arabo perfettamente, non solo perché conosci la grammatica, ma perché la tua pronuncia è perfetta, ed uno dei pochi italiani il cui inglese non sia maccheronico, infine hai trascorso così tanto tempo nei nostri siti da sapere identificare i monumenti meglio di tanti illustri colleghi”. Ho giudicato tali stime come veri complimenti, perché Zahi è un uomo cauto nello sbilanciarsi, rigoroso e puntuale. Riflessione personale: avete mai tentato di recarvi ad un appuntamento con un qualsiasi arabo? Sicuramente se l’incontro è fissato per le 17,00 non meravigliatevi se lo incontrerete un’ora dopo. Il Prof. Hawass è esattamente l’opposto, se fissa un’ora siate certi, conviene arrivare 5 minuti in anticipo, ha una puntualità svizzera, uno di quelle persone la cui parola è oro colato. Mi pare solo strano che nel luogo dove l’egittologia compie passi da gigante si usino dei criteri di valutazione che sono l’opposto a quelli applicati in Italia (http://www.guardians.net/hawass/Fan_Club/tips_for_becoming_an_archaeologist.htm), infatti la curiosa circostanza che faccia sì che io parli arabo è stata giudicata dal nostro brillante mondo accademico egittologico come una sorta di demerito “poverina, le servirà per parlare con i vu’ cumprà”, mentre è giudicata dallo SCA e dalle più prestigiose Università Americane uno dei requisiti fondamentali per occuparsi di egittologia. Ora sorrido, ma confesso che, neolaureata con 110 e lode e dignità di stampa, mi sentii mortificata. Sorrido perché tra i nostri luminari c’è chi sostiene addirittura che si diventa bravi egittologi senza recarsi in Egitto poiché basta studiare gli scritti altrui! L’arabo, i cui suoni ricordavano in un certo senso l’antica lingua d’Egitto, mi attrasse prima di iscrivermi all’università di Torino. Ho avuto un insegnante d’eccezione, Don Giuseppe Bausardo, colui che sarebbe poi diventato Sua Eccellenza il Vescovo d’Egitto e Mauritania. Come lo conobbi? Facendo del volontariato presso l’oratorio salesiano della Crocetta, mi imbattei in un sacerdote che scandiva dei bans orientali con i ragazzi, ed io, ripetendoli insieme a loro, riuscivo a pronunciare lettere un po’ insolite per noi europei. Don Bausardo giudicò il fatto straordinario, gli raccontai del mio amore per l’Egitto, mi riferì di essere nato al Cairo, si offrì di insegnarmi la lingua. Per me fu un gioco, uno di quei giochi che fanno parte dei sogni. Così in un paio di anni leggevo e scrivevo una lingua che gli stessi arabi chiamano “lughat as-shaitan” cioè la lingua del demonio. Il mio amore per l’Egitto diventava sempre più sofisticato … Maria Stella Mazzanti

La memoria del divenire (1) di Maria Stella Mazzanti 11 June 2006

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Molti anni fa nacque la mia passione per l’Egitto. E’ un ricordo sfocato, ma che ha lasciato una sensazione di completo appagamento.
Era ottobre inoltrato. Uno di quei mesi autunnali che nel nord Italia risultano, a volte, cupi, dai bagliori di piombo, con l’aria pesante e gelida. Avevo sei anni e fui condotta, come molti bambini delle scuole elementari, al Museo Egizio di Torino, non avevamo una guida come capita di incontrare oggi nei più moderni musei dove si svolge della didattica museale, ma eravamo semplicemente accompagnati dalla nostra maestra, che tentava di fornire qualche idea sul mondo che orbitava attorno alle corti reali della Valle del Nilo di 4000 anni or sono. Fu così che per me iniziò a risplendere il sole.
 Ricordo con puntualità che le sue parole risuonando come lontana eco si dileguavano fugacemente dalla mia mente, e piuttosto al loro posto prendeva spazio il linguaggio dei segni e dei colori che gli egizi avevano tracciato, le loro forme e i simboli, mi sentii come sbigottita e ricordo che, priva di parola, mi dovetti sedere ammutolita in una piccola sedia accanto all’ingresso del primo piano, da cui si dominava l’intera II sala, detta anche volgarmente la sala delle mummie. Era come se le gambe non mi reggessero più e continuavo a fissare un piccolo cofanetto per ushabti che faceva capolino da una vetrinetta alla mia destra accanto ad un piccolo falco di legno. A termine del giro classico del museo il vocio dei miei compagni risultava ovattato ed alquanto fastidioso, io ero come calata in uno stato di beatitudine e giunta a casa raccontai delle meraviglie incontrate.
Immagazzinai la perfezione delle forme di tale sublime arte che continuai a visionare con la nostalgia della memoria, finché una domenica mattina di qualche mese dopo, come era solita fare mia madre, fui condotta nuovamente al Museo. Il sole che aveva cominciato a splendere, e dalla mia prima visita al Museo non tramontò più, mi ricordava le giornate cristalline della mia Versilia e le bianche cave di marmo scintillante delle Apuane, la mia terra. Mi sentivo esule come doveva essere, secondo la fantasia di una bimba, la sensazione di molti reperti del museo. Mi chiedevo, ma sentiranno anche loro tutto il freddo che sento io in questa città? Non  mi capacitavo proprio di come fosse stato possibile sradicare dalla terra africana simili capolavori. La mia curiosità era insaziabile: in quella seconda visita ricordo che fui particolarmente attratta dalla pietra, ero avvezza a vedere enormi blocchi di marmo correre sulle lizze delle Apuane, a sbirciare tra le botteghe dove i massi erano riquadrati , segati, sbozzati per gli studi degli scultori.
Alla pietra polita delle nobili statue egizie, dunque, dedicai particolare attenzione: accarezzavo fugacemente le loro basi e mi pareva che la porosa arenaria restituisse tutto il calore del clima dell’Egitto, il profumo della sabbia e la vivacità del folklore locale, mentre il granito rosa, che ben conoscevo, mi inondava di un’acre odore d’incenso, e il nero e liscio basalto mi  ispirava rigorosa venerazione. La pietra rivestì per me una particolare importanza, era una superficie  densa di informazioni, vibrante, viva.

Fortitudo mea in rota recita il motto della mia città, Carrara, il cui simbolo è una ruota, la ruota dei carri, quelli adibiti al trasporto del marmo, appunto. La forza è lo sforzo della ripetizione, ruotare incessantemente, in basso,in alto … 

Maria Stella Mazzanti